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Senza Corona

Quando mi alzo per andare in bagno non posso far altro che fermarmi davanti alla fila 28, l’ultima. I due agenti dell’Interpol guardano e smorfiano come per dire “Eh, dai, torna al tuo posto”.foto (16)
Vicino a loro, Fabrizio Corona e i suoi tatuaggi fissano il blu, fuori dal finestrino.
“Mi scappa sul serio, non sto provando a fare il furbo”, dico.
E’ a quel punto che Corona si gira verso il corridoio.
In questa ennesima piroetta del suo look assomiglia vagamente a Johnny Depp.
“Giornalista?” chiede.
Non ha più le manette ai polsi e indossa una maglietta con il ritratto di un indiano.
Non può essere un caso, per uno così attento al look.
Lui è quell’indiano: l’uomo solo contro il sistema, il coraggioso con arco e frecce opposto ai fucili e alla polvere da sparo, il ribelle sognatore che non segue la strada segnata della ferrovia ma lo scarto del bisonte, lo sconfitto che indica la via alle generazioni future. No, quella maglietta non l’ha scelta a caso.
“Si”, rispondo.
“Di che cosa?”. Col dito faccio segno uno, come Tg1, come il primo canale.
“Ti posso fare una domanda?”, mi chiede. I due dell’Interpol sbuffano e mi fanno cenno di andare, ma il bagno è ancora occupato.
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Triste, solitario y final

Ero arrivato a Roma da poche ore. Il trasloco alle spalle, una nuova vita davanti. Era il 2 luglio del 2000 e guardai quella finale tra Italia e Francia circondato dagli scatoloni, con l’amico di sempre, e futuro coinquilino, al fianco. All’ottantanovesimo, la Nazionale vince 1 a 0, e io pronuncio l’immortale frase “mi metto i sandali, si va a festeggiare a Piazza del Popolo!”.
La Francia segna e si perde ai supplementari.  Da allora, quando parlo di calcio e pronostico un risultato, l’ amico di sempre, ormai ex coinquilino, si tocca.
Indimenticabile.
La sera del 9 luglio 2006, invece, mi avevano rifilato il turno serale nella redazione esteri del Tg2.
Quell’Italia – Francia che valeva la Coppa del Mondo, me la vidi su tre schermi ultrapiatti, quasi appesi al soffitto. Da solo. A suo modo, un’altra volta, indimenticabile.
Anche oggi è già indimenticabile. Ho attraversato in macchina l’Italia. Da Roma a Firenze, e poi su, a grattare la schiena dell’Appennino, in un’epopea stile Isoradio 103.3, a sfiorare le celeberrime Barberino del Mugello, Roncobilaccio, Sasso Marconi, e giù verso Bologna, il Polesine, Rovigo e i Colli Euganei, Padova, e ancora a macinare chilometri di strada statale tra Cittadella, Bassano e Trento.
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Giorgio Caproni Blues Explosion

Torno nella mia città dopo 10 mesi di assenza. E’ la prima volta che mi capita una lontananza così prolungata e forzata.
Lo zaino è stato preparato con cura e le cuffiette bianche sputano fuori Acme e Orange di Jon Spencer Blues Explosion.
Sarà questa la colonna sonora dei miei tre giorni qui.
Al mio ritorno, a Roma, c’è un concerto che aspetta.
E allora via, via per vicoli, caruggi, piazze e creuze, a respirare profondamente, con la musica nelle orecchie.
Ad un tratto mi viene in mente un altro blues.
Un blues del 1956, ritmato e martellante.
Si intitola Litania e l’ha composto Giorgio Caproni.
E’ una ripida e lunghissima, quasi infinita, scala di parole: aggettivi, sensazioni, odori, immagini.
Chi riuscirà a percorrerla tutta, alla fine, vorrà passarmi a trovare, nella mia città.

Genova mia città intera. 
Geranio. Polveriera. 
Genova di ferro e aria, 
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita. 
Brezza e luce in salita. 
Genova verticale, 
vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca. 
Cacumine. Distanza. 
Genova dove non vivo, 
mio nome, sostantivo.

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Gibuti, il mistero di un cargo

La cosa che non dimenticherò mai è questa polvere dappertutto. Ti si appiccica addosso e si impiastra col sudore. Fa caldo, a Gibuti. E c’è polvere ovunque. Non capisci se arriva dal deserto arabico, se soffia da una spiaggia sul Mar Rosso o se viene dal cantiere del nuovo e scintillante grattacielo.
Ma non basterà una doccia per mandarla via. Come non basta il ventilatore di questo locale per darmi sollievo. Come non bastano gli occhiali da sole per attutire il bagliore del sole e i suoi riflessi.
Il bar è in un edificio coloniale, vicino al porto. Appese ai muri, reti da pesca e stelle marine giganti.
Guardo fuori dalla vetrata: nei pochi angoli all’ombra del vicolo su cui affaccia il bar ci sono gruppi di uomini accucciati a terra. Hanno le guance gonfie. Masticano qat in continuazione. E’ una pianta diffusa tra lo Yemen e la Somalia. le sue foglie sono ricche di catinone, un alcaloide che rilassa e dà euforia.
Se guardi negli occhi le persone, capisci che qui masticano tutti.

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Mondo tondo palla

Guardalo bene, questo ragazzo con la camicia a scacchi e gli occhiali a goccia.
Guardalo bene e dimmi se lo riconosci. Perché se scavi nella tua memoria, lo trovi. Davvero non ricordi?
Ti dò un indizio, allora. Levagli i RayBan a goccia e troverai due occhi a mandorla.
E poi guarda la spalla.
E’ quella di un atleta.
Lui è Hidetoshi Nakata, ex stella del calcio giapponese. Piedi e fantasia nel toccare il pallone. Diverse stagioni in Italia tra Perugia, Parma, Firenze e uno scudetto con la Roma.
E’ stato inserito dalla FIFA nell’elenco dei 100 giocatori migliori di sempre.
Poi nel 2006, a soli 29 anni, Hide ha salutato il luccicante mondo del pallone e se n’è andato. Non ha sbattuto la porta. No, l’ha spalancata.
S’è messo uno zaino in spalla e ha cominciato a girare il mondo.

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I 37 passi

Arrivò sulla scogliera e pensò che ci sarebbe dovuto venire prima. La vista sulla Baia dove Affondano le Petroliere era davvero mozzafiato.
L’acqua del mare aveva uno straordinario colore bluastro, striato di arcobaleno benzina.
Una prua emergeva dalle onde a lato di uno scoglio mentre tre relitti arrugginiti se ne stavano spiaggiati sotto di lui.
Altri cargo aspettavano in rada di poter entrare e concludere la loro vita nella baia.
Ormai era permesso da un po’ di anni, da quando il governo aveva deciso di legalizzare e regolamentare l’affondamento delle petroliere e del loro carico.
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Na mimis ko ang aking ina

Christian è in viaggio da due giorni ma arriverà solo domani. 
Ci vogliono tempo, fatica e soldi per viaggiare da Buguein a Roma.
La cittadina è nell’estremo nord dell’isola di Luzon, là dove l’arcipelago delle Filippine affaccia su Taiwan.
Christian ha attraversato l’isola su due autobus sgangherati per arrivare a Manila in 15 ore.
Poi s’è imbarcato sul volo QR646 della Qatar Airlines : Manila-Doha-Roma.
E ci ha messo altre 20 ore.
Christian oggi ha 18 anni e domani incontrerà la sua mamma.
Non la vede da quando aveva 9 anni. Non la vede da nove anni.
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