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La possibilità di un’isola

Dopo l’Australia e la Groenlandia, è l’isola più grande del mondo. E’ lunga quasi come l’Argentina e  larga quanto la distanza tra Londra e Roma. E’ immensa: 3.200 chilometri di lunghezza e  larga 1.600 chilometri.
Ma soprattutto galleggia e  si muove.
La chiamano Tsunami debris island ed è la gigantesca massa di case, cose, barche, aeroplani, vestiti, spazzolini da denti, bottiglie, alberi, palloni, frigoriferi, bacinelle, detriti e relitti strappati dalle coste del Giappone dall’onda scatenata dal terremoto l’11 marzo 2011.
L’isola che non c’è, viene monitorata costantemente dal NOAA, National Oceanic and Atmospheric Administration,  un dipartimento del governo americano. Gli scienziati statunitensi hanno studiato l’andamento storico delle correnti e il flusso dei venti. Poi hanno tracciato la possibile rotta dell’isola (guarda il video).
La massa di relitti colpirà probabilmente le coste di Stati Uniti e Canada nel 2014. Venti milioni di tonnellate di oggetti che rimarranno alla deriva nell’Oceano per decenni.
Le onde hanno già trasportato una Harley Davidson, che ha attraversato il Pacifico all’interno di un container, due palloni da calcio e addirittura della banchina di un molo della città di Misawa ritrovata su una spiaggia dell’Oregon.
Il primo ad arrivare nel marzo scorso è stato un peschereccio, il Ryou-Un Maru. Lo hanno intercettato i guardacoste americani al largo dell’Alaska, prima di affondarlo a cannonate. Quasi un vascello fantasma, un’apparizione spettrale che ha annunciato  l’invasione dell’isola di relitti.

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Yellow Submarine

Per scoprire dove va il mondo, studia la migrazione dei cervelli.
Ricevo questa testimonianza da un amico, appena tornato da un’importante missione scientifica in mezzo all’Oceano a bordo di una nave.

Mezzanotte, mezzogiorno. Mezzanotte, mezzogiorno.
Tom lo chiama il “graveyard shift”, il turno del cimitero.
Piano piano, giorno dopo giorno, il contatto con il mondo civile si assottiglia. Devi dividere il poco spazio a disposizione con otto membri dell’equipaggio e altri sei scienziati provenienti da tutto il mondo.E sembra di essere ospiti della terza classe del Titanic, piuttosto che a bordo di una moderna nave oceanografica irlandese.
Liu Peng ha appena staccato dal turno notturno, giusto per scendere in sala comune e consumare velocemente il suo fish and chips, cucinato con tutti i crismi da Joey, il cuoco irlandese.
Dall’oblò, i riflessi abbaglianti delle onde colpiscono in pieno il volto di Liu Peng. Lo osservo da lontano. I suoi occhi a mandorla bruciano e sottili lacrime iniziano a scendere lentamente sulle sue guance. Continua a leggere