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Memorie di un parrucchiere guevarista

Lo incontro una volta ogni mese e mezzo. Ed ogni volta è una storia a sè. Giorgio gestisce la sua bottega in uno dei quartieri storici della capitale. Tra quelle viuzze, le case basse, rosse, ocra, tra un meccanico e un elettrauto, spicca la sua insegna semplice: “Barbiere”.barbiere
Quello fa, Giorgio. Il barbiere.
E’ di quelli vecchio stile. Ti sistema il telo con delicatezza attorno al collo, schiaccia il pedale per regolare l’altezza della poltrona, fa un cenno nel grande specchio orizzontale e poi comincia.
Usa solo le forbici, quasi mai la macchinetta anche se ha poco più di 40 anni.
Fisico asciuttissimo, capelli raccolti, lunghi, neri e lisci. Sembra un indiano.
E parla, parla, parla.
“Mo, ho deciso. Me tatuo e me faccio er Che, perchè mo’ basta eh! Me so rotto er c@##o de tutti, nun se ne po’ piu, nun je la faccio più co sta crisi'”.
Il mio sguardo riflesso dal vetro deve fargli intuire che l’assioma tatoo- guevara-crisi non mi è chiaro. E puntuale arriva la spiegazione.
Indica la storica sede del Pd dall’altro lato della strada, proprio davanti al suo negozio.
“Mo’ basta cor Partito Democristiano. Basta, basta. Qui tocca cambia’ tutto, tocca fa la rivoluzione pe ddavero”. Continua a leggere


Ciao Presidente

Sale per ultima e nemmeno me ne accorgo. Solo quando si rialza per sistemare trolley e impermeabile nella cappelliera, la riconosco. Ha i modi fulminei di chi ha passato quasi più tempo in aereo che a casa.az
Laura Boldrini l’ho conosciuta, come tanti colleghi, a Lampedusa.
Era con noi sul molo, ad aspettare i barconi.
Era con noi quando serviva un’intervista al volo.
Era con noi da Roma, quando ti chiamava, ringraziando per la sensibilità mostrata in un pezzo.
Quando la vedo sull’AZ Genova Roma ho l’istinto di alzare la voce e dire: “Ciao, Laura!”.
Ma mi fermo, davanti alla Presidente della Camera dei Deputati.
L’aereo decolla e comincio a calcolare la distanza che ci separa. Io sono seduto al 25C, lei almeno dieci file più avanti. Sarà al 15C. Vuol dire quasi 60 persone tra di noi. Poi inizio a pensare a come salutarla. E vado in tilt.
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Senza Corona

Quando mi alzo per andare in bagno non posso far altro che fermarmi davanti alla fila 28, l’ultima. I due agenti dell’Interpol guardano e smorfiano come per dire “Eh, dai, torna al tuo posto”.foto (16)
Vicino a loro, Fabrizio Corona e i suoi tatuaggi fissano il blu, fuori dal finestrino.
“Mi scappa sul serio, non sto provando a fare il furbo”, dico.
E’ a quel punto che Corona si gira verso il corridoio.
In questa ennesima piroetta del suo look assomiglia vagamente a Johnny Depp.
“Giornalista?” chiede.
Non ha più le manette ai polsi e indossa una maglietta con il ritratto di un indiano.
Non può essere un caso, per uno così attento al look.
Lui è quell’indiano: l’uomo solo contro il sistema, il coraggioso con arco e frecce opposto ai fucili e alla polvere da sparo, il ribelle sognatore che non segue la strada segnata della ferrovia ma lo scarto del bisonte, lo sconfitto che indica la via alle generazioni future. No, quella maglietta non l’ha scelta a caso.
“Si”, rispondo.
“Di che cosa?”. Col dito faccio segno uno, come Tg1, come il primo canale.
“Ti posso fare una domanda?”, mi chiede. I due dell’Interpol sbuffano e mi fanno cenno di andare, ma il bagno è ancora occupato.
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Giorgia cara,

Cara Giorgia,
in questa foto sei venuta davvero bene. Dico sul serio, sembri quasi carina. Mi piace l’espressione che impugni sul viso, un impasto di soddisfazione, serenità, convinzione, sorriso.
A cosa stavi pensando, Giorgia, quando ti hanno scattato questa foto?
Eri ancora giovane o già ministro della Gioventù?
Hai stile in questo scatto, Giorgia, te lo devo dire.
Sei elegante.
L’orecchino che brilla in un angolo, quasi nascosto dalla massa dei capelli; la scollatura a v, audace ma non offensiva; gli occhi che brillano tra il celeste e il verde, un po’ socchiusi, ammiccanti, lontani anni luce dai bulbi a palla che ricordavo.
Mi sembri una ragazza che conobbi a uno stabilimento balneare, anni fa. Solare, sorridente, pulita. E anche tu, in quest’immagine sei fresca, sai d’estate, quasi quanto il tuo cognome.
Sembri una madonna, Giorgia, sono sincero. Lascia stare il sole che faceva capolino dietro al cartellone, lo so, è un segnale che comunque non bisogna sottovalutare. Ora mi voglio concentrare su di te e  sull’aura che emani, ispirata. Continua a leggere


Ojalà

Nel dizionario spagnolo esiste una parola magica: Ojalà.
Ojalà è un vocabolo molto difficile da tradurre. Viene dall’arabo Oh Allah e un po’ come Inshallah si spiega con “volesse il cielo che….”, “spero che….”, “desidero che….” “magari….”.
Ojalà è speranza, sogno, utopia quotidiana, fiducia nel futuro.
Ojalà è anche il nome dello yacht da 36 mila euro al mese, messo a disposizione di Roberto Formigoni dall’intermediario d’affari Pierangelo Daccò.
Su quella lussuosa barca il Presidente della Lombardia avrebbe trascorso liete e sicuramente indimenticabili vacanze.
Il cantautore cubano Silvio Rodriguez ha dedicato a una donna perduta e a questa parola una canzone stupefacente.
Versi che oggi possono essere letti anche in altro modo, osservando proprio il profilo di quel panfilo.

Ojalá se te acabé la mirada constante, 
la palabra precisa, la sonrisa perfecta. 
Ojalá pase algo que te borre de pronto: 
una luz cegadora, un disparo de nieve.

Ojalà che ti si spegnessero sul viso lo sguardo insistente,
la parola precisa, il sorriso perfetto.
Ojalà succeda qualcosa che ti cancelli all’improvviso:
una luce accecante, uno scoppio di neve.


La pistola di Sergio

Ha detto che ha ammazzato due magistrati e gli ha fatto chinare il capo.
Ha detto che è stato 22 anni in galera.
Ha detto che oggi è uscito e lavora per il gruppo Abele.
Cosa doveva dire di più?
Ha spiegato che oggi c’è la crisi e negli anni 70 pure, c’era la crisi e raccontato che in una relazione del Viminale si indicava in Prima Linea un’avanguardia della stagione che viviamo oggi.
Che cosa doveva spiegare di più?
Sergio Segio ha premesso di aver letto la rivendicazione della FAI/FRI, ha detto “noi eravamo figli del ‘900, il mondo è cambiato”, ha fatto capire che dietro quel documento ci sono dei ragazzi e non dei vetero teorici, ha elogiato la figlia di Guido Rossa, ha spiegato che secondo lui è pericoloso militalizzare il territorio, ha fatto notare che Genova non è una città scelta a caso, sia per quello che ha rappresentato per gli anni 70 sia per quello che rappresenta per le nuove generazioni.
Il G8 come Piazza Fontana, la perdita dell’innocenza per molti giovani. Ascoltare Sergio Segio è stato utile.
Capire perché Lucia Annunziata lo ha invitato in trasmissione è facile.
Se non lo si vuol capire, si è in malafede.


Il tango del tangentista

Cammino come un dissidente, come un deragliato, come un disertore. Ho il cervello in manette, dico cose già dette e vedo cose già viste.
Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra e la terra attraversata da gente di malaffare.
E vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare. 

E gli innocenti confondersi e gli assassini ballare.
E gli innocenti corrompersi e gli assassini brindare.
Nascondono il passato, parlando del futuro e se trovano la cruna dell’ago, se la mangiano di sicuro.
E’ solo il capobanda ma sembra un faraone.
Ha gli occhi dello schiavo, lo sguardo del padrone. Si atteggia a Mitterand ma è peggio di Nerone.
 Ci guarda con il megafono dall’ultimo piano. Promette un castigo, minaccia un perdono.
E tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti, rubando?
Il mio ipod ripesca dal passato Canzoni d’amore di F.De Gregori. Undici tracce, poco amore e tanta politica.
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Prendere a calci la rivoluzione

I generali ormai governavano da parecchi anni. Da 18, per la precisione.  Il regime non accennava a sgretolarsi, anche se appariva ogni giorno più sfilacciato, disordinato, in fondo in fondo più pericoloso.
E così in quello spogliatoio, quegli uomini in mutande e calzettoni decisero di fare qualcosa per il proprio paese.
Votarono per alzata di mano e votarono la cosa più giusta.
Da quel giorno quella squadra di calcio si sarebbe autogestita, per mostrare all’intera nazione i vantaggi della democrazia.
L’allenatore avrebbe avuto un voto come ognuno di quei 22 giocatori. Avrebbero scelto tutti assieme la formazione, la strategia per battere gli avversari, i cambi da effettuare durante la ripresa.
Decisero persino di giocare con i numeri sulle casacche al contrario in segno di protesta. Di sostituire lo sponsor con messaggi politici. Rischiavano la galera ma andarono avanti. Continua a leggere


Il signor N. e la signorina Giulia

Arrivò nel bel mezzo del pomeriggio e capì perchè quella grande città era così  ammirata nel mondo. Respiravi subito la storia, l’arte, la cultura in ogni suo angolo. Era maestosa, bella, intrigante. E per il signor N. sconosciuta. Aveva una settimana  a disposizione e pensava che con la sua misera lonely planet in tasca avrebbe concluso ben poco.
Così quando gli capitò tra le mani il volantino, non ci pensò due volte. Poteva permetterselo.
La mattina seguente si fece la barba e scese nella hall del grande albergo un po’ emozionato. Lei lo riconobbe subito. Si alzò dalla poltrona e gli andò incontro.
“Buongiorno signor N.  Mi chiamo Giulia e sarò la sua guida turistica personalizzata per questo suo soggiorno in città. Possiamo cominciare” Continua a leggere


Il palazzo dove tutto cominciò

L’indirizzo con precisione non si conosce. Si sa solo che la tromba delle scale aveva la forma di un occhio e che ne  vide tante.
Si sa anche che nel palazzo c’erano sei appartamenti. E in ogni appartamento, per un motivo o per l’altro, qualcuno che scuoteva la testa.
Al primo piano abitava un’ex attrice. Fuori dalla sua finestra vedeva una collina sulla quale da 5 anni doveva sorgere un parco pubblico. Il comune aveva stanziato 8 milioni di euro, il cantiere era stato aperto ma i lavori non erano mai finiti. L’ex attrice scuoteva la testa per questo scempio. La casa del secondo piano, invece, era abitata da una giovane coppia. Lui aveva chiesto a lei di sposarlo. Continua a leggere