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Gibuti, il mistero di un cargo

La cosa che non dimenticherò mai è questa polvere dappertutto. Ti si appiccica addosso e si impiastra col sudore. Fa caldo, a Gibuti. E c’è polvere ovunque. Non capisci se arriva dal deserto arabico, se soffia da una spiaggia sul Mar Rosso o se viene dal cantiere del nuovo e scintillante grattacielo.
Ma non basterà una doccia per mandarla via. Come non basta il ventilatore di questo locale per darmi sollievo. Come non bastano gli occhiali da sole per attutire il bagliore del sole e i suoi riflessi.
Il bar è in un edificio coloniale, vicino al porto. Appese ai muri, reti da pesca e stelle marine giganti.
Guardo fuori dalla vetrata: nei pochi angoli all’ombra del vicolo su cui affaccia il bar ci sono gruppi di uomini accucciati a terra. Hanno le guance gonfie. Masticano qat in continuazione. E’ una pianta diffusa tra lo Yemen e la Somalia. le sue foglie sono ricche di catinone, un alcaloide che rilassa e dà euforia.
Se guardi negli occhi le persone, capisci che qui masticano tutti.

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Mal di mare

Deve esser stato l’anno 1710 o giù di lì. In un vecchio baule ripesco il diario di bordo di quella fantastica traversata. La pagina è ingiallita e la data non si legge più.
Ma i ricordi sono netti: a zigzag tra le Antille, la spola con l’Isola del Cocco, la sgualcita jolly roger issata in continuazione sopra le vele.
Attacco e fuga. Attacco e fuga. Attacco e fuga.
Siamo pirati e abbiamo regole precise a bordo. Ogni membro della ciurma ha diritto di voto, deve ricevere provviste fresche e la sua razione di rhum. Nessuno può giocare a carte o a dadi. La candela va spenta alle otto. Ognuno deve lavare la sua biancheria. Le armi devono essere sempre pronte e pulite. Una sola regola è stata infranta in questo viaggio. La regola che dice: donne e fanciulli non possono salire a bordo.
L’infrazione alla regola se ne sta in un angolo. Bellissima. Capelli neri e unti come il corvo. Occhi verdi e gialli di smeraldo. Pelle pallida. L’abbiamo caricata a bordo nel porto di Antigua. Così ha deciso il capitano. Così abbiamo votato noi. Nessuno ha il coraggio di avvicinarla. Non conosciamo neppure il suo nome. Se ne sta lì, sotto il timone, rannicchiata e accucciata. Non sopporta il mare. Ogni tanto si sporge dalla balaustra del nostro caicco. E ributta il rancio tra le onde. Non riesce a tenere nulla nello stomaco.  Mi avvicino, le poggio una mano sulla spalla e le sussurro:
“Anche durante la navigazione più entusiasmante, si può soffrire il mal di mare”.
Si alza, mi sorride, forse mi sta per baciare. E invece no. Si gira e si sporge di nuovo oltre la balaustra.