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Piccoli indizi senza importanza

Sono quasi due giorni che non riesco a pensare ad altro. Precisamente da quando mi hanno chiamato e dato le coordinate di quella storia.foto (17) Centro città. Sottopassaggio. Incendio.
Due corpi carbonizzati.
Dentro al tunnel è tutto nero. L’odore è forte, troppo, viene da respirare con la bocca per non sentire.
Il fuoco è stato talmente  intenso qui dentro che i rivestimenti in pietra del soffitto si sono staccati e sono crollati.
In terra restano solo gli scheletri anneriti delle reti da materasso sul quale dormivano due persone.
Come nei film e come nei romanzi gialli, il Commissario indossa un impermeabile beige e dispensa certezze.
La Polizia non ha dubbi.
“Erano due somali, abbiamo trovato i documenti. Dormivano nel sottopassaggio e per scaldarsi hanno acceso un fuoco. Le fiamme si sono mangiate prima i cartoni, poi le coperte e infine i materassi sui quali dormivano. Tutta roba sintetica, ci vuole un attimo. Un incidente, un terribile incidente”.
Poi però succede qualcosa e il mistero prende forma.
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Nel nome del padre

E’ tornata in quella curva maledetta dove hanno ammazzato suo padre per piantare un albero.
Un ulivo calabrese, una pianta che infila le radici tra sassi e muretti a secco, che vive là dove altre non riescono. Tenace, testarda, coraggiosa.
Proprio come lei.
Aveva 7 anni quando due sicari spararono con un fucile a pallettoni contro l’auto di suo papà.
Girava senza scorta, Antonino Scopelliti, sostituto procuratore in Cassazione.
“Se mi succede qualcosa, non voglio coinvolgere altre persone. Tanto se lo devono fare, lo fanno”, diceva.
Due processi non hanno individuato né assassini né mandanti per quell’omicidio del 9 agosto 1991, esattamente 21 anni fa.
Rosanna per quindici anni non ne ha voluto sapere niente. Raccontava in giro che suo papà era morto in un incidente automobilistico.
Poi ha conosciuto i ragazzi del movimento “Ammazzateci tutti” e ha capito che ricordare è lottare e lottare è vincere. Si è unita a loro e da cinque anni, Rosanna combatte la ‘Ndrangheta nel nome di suo padre.

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Il lavoro sporco

Un tempo (o forse solo nella fantasia) il cronista di nera faceva il lavoro sporco.
Bazzicava locali ambigui, incontrava personaggi della zona grigia, viveva a perenne cavallo tra giorno e notte, legalità e illegalità, gioco pulito e scorrettezza.
Per un breve periodo ho incrociato le strade di Avetrana e passeggiato nel bosco delle Casermette, tra Ascoli Piceno e Teramo.
Sarah e Melania, due donne uccise, due misteri su cui tutti i tg si sono scatenati.
Di queste due esperienze conservo un ricordo preciso.
Una strana vicinanza tra i colleghi del network privato e le famiglie di vittime e carnefici.
Porte chiuse per tutti e interviste esclusive per loro. Si vociferava di somme pagate, di pratiche illegali, di favori.
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