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La musica è iniziata

Ricevo e volentieri pubblico questo McMM (Manifesto contro la modernità musicale). Considerate che l’autore, oltre ad essere un mio grande amico, è un nostalgico frequentatore di negozi di dischi.

Mai avuto la sensazione di essere raggirati?, così John Lydon/Johnny il Marcio, sul palcoscenico, una versione del Gobbo di Notre Dame riscritta da Dickens e allevata da Iggy Pop, durante l’ultimo concerto dei Sex Pistols.
Già: Mai avuto la sensazione di essere stati raggirati?vinili
Beh, la risposta naturale è:
no, mai.
Per il semplice motivo che una volta che la sensazione arriva, se arriva, il raggiro è compiuto. E la sensazione è necessariamente in ritardo. Chi acquista acqua di fonte credendo sia il rimedio a tutti i mali se ne accorge al primo sorso o, più facilmente, quando i mali rifiutano di andare via, qualche giorno dopo la supposta bevuta salvifica. E a quel punto, il prezzo è già pagato.
Ascoltare musica, per usare una frase da romanzo di Moccia, è come respirare: capita a tutti, punto e basta.
Ognuno poi ci fa quello che vuole, con l’ascoltare musica. Come col respiro: ci puoi semplicemente attraversare la vita, finché dura, o diventare campione del mondo di immersione in apnea.
Un modo banale di ascoltare musica è (era) comprare dei dischi. E poi metterli in ordine su scaffali/librerie/scatole da scarpe. E ascoltarli ma anche magari guardarli, leggere i libretti, giocare a riconoscere le costine da lontano.
S’inizia (iniziava) per caso, si finisce (finiva) sepolti dalla plastica: vittime di un consumismo che si presume nobile perché in qualche modo, culturale.
L’inizio è un disco, la fine un sacco di dischi: semplice, spietata matematica.
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Nun propio ‘na serataccia

Li ho conosciuti in una notte di passaggio. Hanno l’allegria contagiosa delle persone libere e il passo pesante di un vecchio ubriacone. Suonano, cantano e fanno ballare con coppole e vecchi cappelli calcati sulla testa a mascherare quelle facce da semi-conosciuti, da quasi famosi.orchestraccia
Vengono dai set di Romanzo Criminale e dei Cesaroni, tra di loro c’è di tutto, dal blogger geniale e ironico al cantautore inizio anni ’90 che ha partecipato anche a Sanremo.
Si ritrovano tutti assieme in una strampalata terra di confine tra Nino Manfredi e Bob Marley, Gabriella Ferri e Manu Chao, Alberto Sordi e i Pogues, Pasolini e i Clash.
Cantano di prigioni e di accoltellamenti sul lungotevere, di periferie e borgate, di amori maledetti e inseguimenti sbirreschi, di cravattari e tradimenti. Per essere più credibili, si sono dati un’etichetta volutamente sbracata, riduttiva, dispregiativa.
Sono l’ Orchestraccia e fanno rivivere stornelli romaneschi e poesie di Trilussa o Petrolini su un tappeto reggae-ska-folk. Continua a leggere


La stanza del figlio

Alberto ha cambiato casa spesso in questi ultimi 17 mesi. Almeno tre volte, un trasloco dietro l’altro. Per fortuna la sua mamma non lo lascia mai, lo segue ovunque, lo sprona e lo coccola.foto (8)
Anche qui, nella sua nuova casa, la stanza 219.
Patrizia è una bella signora bionda, con gli occhi azzurri  pieni di lacrime, che ha solo voglia di raccontarsi, perché forse chissà, parlando, parlando, parlando troverà una spiegazione impossibile da trovare.
Accarezza Alberto e gli fa ruotare leggermente il viso.
“Vedi? Lo vedi cosa hanno fatto?”
Lo vedo.
Vicino al letto di Alberto c’è un monitor al plasma sempre acceso. In questo momento Antonella Clerici spadella e ride.
Appesi alla parete, come nella stanza di qualsiasi ragazzo, fotografie, sciarpe, la dedica di Alex Britti. E tante foto di Alberto.
Alberto che suona la chitarra. Alberto che abbraccia la sua ragazza. Alberto che sorride. Alberto in viaggio per l’Europa. Alberto che scherza con gli amici.
Alberto ora invece dorme e basta.
Un sonno impalpabile che nemmeno i medici riescono a scandagliare fino in fondo. Coma, stato di prima coscienza, stato vegetativo. Continua a leggere


L’euro al ritmo del rebetiko

Prima che tutto finisca, è giusto che tutti sappiate.  Ogni banconota di euro  nasconde un segreto, un gioco, una magia. Osservatele bene, se ancora ne avete nel portafogli.
Provate a immaginare i  grafici che poco più di dieci anni fa la disegnarono, questa male/benedetta moneta unica.
Sono tutti attorno a un tavolo, bianco e lucidissimo. Qualcuno fuma, un altro mastica una gomma, una giochicchia con una penna.
Brainstorming e pastelli.
Il primo comincia  e dice:  “la mappa dell’Europa non possiamo non mettercela…”
Tutti annuiscono.
Il capo grafico aggiunge: “Non possiamo spaventare gli investitori, non dobbiamo trasmettere emozioni forti, uno li deve usare senza quasi accorgersene. E quindi come colori, per i tagli più piccoli, opterei per un grigiolino-verde spento, un rosè, un bluetto e un giallino arancio. Per quelli da 100, 200 e 500 ci pensiamo dopo, tanto ne stamperanno pochi”.
Tutti annuiscono di nuovo.
Un altro grafico propone: “Ma se disegnassimo ponti e finestre come segnale di unione e apertura?”.
Ancora cenni di assenso univoci.
E’ una riunione al limite del noioso, quella in cui viene disegnato l’Euro. Un grafico sbadiglia, una ragazza si stropiccia gli occhi, tutto scorre in modo molto prevedibile.
Poi il più giovane attorno al tavolo, un matematico, ha un guizzo e spiega a tutti la sua idea. Il numero della banconota, dice, sarà un’enigma da risolvere.
Sembrerà un numero di serie ma non lo sarà, perché non è un numero progressivo. E’ un vero gioco matematico.
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Tra assonanze e dissidenze

Non chiedetemi come facessero. Non lo so. So solo che li chiamavano con un nome impronunciabile e che la loro è una storia incredibile che mescola libertà di espressione, medicina, pirateria, politica e rock’n’roll.
Questa è la storia dei Roentgenizdat.
Negli anni ’50, il rock’n’roll esplode negli Stati Uniti e contagia l’Europa.
Un contagio che si ferma e va a sbattere contro la cortina di ferro.
In Unione Sovietica trovare i dischi è impossibile.
Mosca non permette il commercio di prodotti occidentali che possano corrompere i valori socialisti e il costo del vinile è proibitivo.
E così un gruppo di ragazzi ha l’idea che cambia la storia. Comincia a utilizzare radiografie in arrivo da cliniche ungheresi al posto del vinile e a ritagliarle come veri LP. Poi sulle immagini di teschi, costole, bacini vengono incisi i solchi e versata la musica di Little Richard, Elvis Presley, John Coltrane.
La qualità del suono è scadente e  il roentgenizdat (dalla fusione di roentgen, radiografia, e samizdat, autoproduzione) deperisce in tempi brevi. Continua a leggere


La stella di Emilio

Segnatevi questo nome: Emilio Stella. Segnatevelo perché ne sentirete parlare. Emilio è un cantautore e diventerà qualcuno. Quando sale sul piccolo palco del locale di Testaccio, accorda la chitarra acustica, si guarda intorno e vede il vuoto.
Siamo in sedici.
Lui non si scompone e attacca a suonare.
Blues di periferia, reggae un po’ rivoltosi, rime facili e baciate, testi semplici e diretti, amore, sogni, utopia e lotta.
Perché dopotutto anche il cognome che si porta addosso è così: Stella.
Un po’ combat, un po’ romantico.
Il suo look non è da cantore sofisticato e raffinato. Jeans strappati, camicia aperta su una canottiera bianca e collana d’argento al collo. Nella penombra della sala, assomiglia vagamente a Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona.
Nulla di più distante da questo ragazzo con la chitarra in mano che viene dalle case popolari di Pomezia. Mischia Rino Gaetano a Bob Marley, ricorda Mannarino con qualche schizzo di Bennato,  scimmiotta De Andrè ma riesce a non farti pensare a un plagio. Continua a leggere


Palchi sempre più distanti

Il caposquadra si avvicinò e disse a una decina di noi: “Chi si offre per un lavoro di concetto?”. Alzai la mano per primo. Ero sudato e stanco e mi sembrava una buona via di uscita.
Un lavoro di concetto, chissà cosa mi sarebbe capitato. Contare bulloni, riordinare il camerino, coordinare un gruppo di operai.
Nulla di tutto ciò. Concetto era Concetto e non concetto. Un altro caposquadra a cui servivano braccia per smontare un cancellata pesantissima e la notte sembrò non finire più.
E’ solo un piccolo, minuscolo, inutile ricordo di quelle tre volte in cui mi sono ritrovato a montare e smontare il palco di un concerto. Zucchero, Battiato, Mannoia. Era il 1999, studiavo alla scuola di giornalismo di Perugia e 50 mila lire per un giorno di lavoro non mi sembravano male. Una banconota spiegazzata che passa da una tasca all’altra senza una stretta di mano, senza un contratto, senza lasciare traccia.

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