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Piccoli indizi senza importanza

Sono quasi due giorni che non riesco a pensare ad altro. Precisamente da quando mi hanno chiamato e dato le coordinate di quella storia.foto (17) Centro città. Sottopassaggio. Incendio.
Due corpi carbonizzati.
Dentro al tunnel è tutto nero. L’odore è forte, troppo, viene da respirare con la bocca per non sentire.
Il fuoco è stato talmente  intenso qui dentro che i rivestimenti in pietra del soffitto si sono staccati e sono crollati.
In terra restano solo gli scheletri anneriti delle reti da materasso sul quale dormivano due persone.
Come nei film e come nei romanzi gialli, il Commissario indossa un impermeabile beige e dispensa certezze.
La Polizia non ha dubbi.
“Erano due somali, abbiamo trovato i documenti. Dormivano nel sottopassaggio e per scaldarsi hanno acceso un fuoco. Le fiamme si sono mangiate prima i cartoni, poi le coperte e infine i materassi sui quali dormivano. Tutta roba sintetica, ci vuole un attimo. Un incidente, un terribile incidente”.
Poi però succede qualcosa e il mistero prende forma.
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Il bimbo che parlava strano

I suoi genitori aspettavano la prima parola con ansia. E quando il bimbo disse “Anna”, nessuno si stupì più di tanto.
Dopotutto sua mamma si chiamava così.
Ma la seconda parola tardava ad arrivare.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi e il bimbo non diceva niente.
Solo “Anna”, ogni tanto.
Vivevano in un appartamento al pian terreno di Ateleta, in provincia dell’Aquila.
Il loro primo figlio cresceva, sorrideva, mangiava, dormiva, emetteva suoni ma parole, parole vere, quelle proprio no.
Il secondo vocabolo che pronunciò al quindicesimo mese di vita fu “Radar”. Qualcuno cominciò a preoccuparsi ma il padre spiegò che dopotutto lui lavorava nella sala di controllo dell’aeroporto e che quindi, beh, sì, era strano ma ci poteva anche stare.
Il bambino poi era sano, si vedeva a vista, non bisogna stare in ansia, anche se effettivamente questa cosa delle parole era un’anomalia bella grossa.
La reazione della sua famiglia cambiò decisamente quando la prima frase intera di quel bimbo così grazioso e così strano fu: “ai clacson nonno scalcia”.
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La donna senza risposte

La Corniche era la sua casa. Avanti e indietro, avanti e  indietro, alla ricerca di un braccio teso, di un cliente, di una destinazione. 
Faceva il tassista a Beirut da prima della guerra civile.
Faceva il tassista su quel lungomare da sempre.
Quella mattina, il braccio teso tra le palme era inconfondibilmente
quello di una donna.
Salì a bordo con il suo caschetto nero, gli occhi verdi, le sopracciglia come le ali di un gabbiano.
Disse solo “Armanzi” e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Il tassista cominciò a muoversi nel traffico verso quella via centrale, scrutando la donna nello specchietto retrovisore.
“Bella giornata, oggi, eh?”. Provò a spezzare il ritmo del silenzio ma la donna non rispose. Notò che un ciondolo a forma di gatto ornava il suo collo. Argento e smeraldo. Continua a leggere