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L’ultimo abbraccio

“Mi dai una mano?”. È stata una frase fin troppo banale a farmi spalancare gli occhi sull’abisso. Il giovane ufficiale dell’ufficio stampa aveva bisogno di un aiuto per tagliare e montare il filmato.20140518-180810.jpg
Era il 6 ottobre scorso.
Era Lampedusa.
Era un video subacqueo, girato dai sommozzatori.
Quando vidi la stiva piena di braccia e gambe, pensai ad Auschwitz.
Quando vidi i capelli lunghi e neri che uscivano dall’oblò e si muovevano come una murena, voltai lo sguardo.
Quando vidi quella bambina, gli chiesi di smettere.
La cosa che mi impressionò di più, furono quei dieci ragazzi stesi sul fondale in pose e slanci inimmaginabili. Sembravano vivi.
Avevo sempre pensato che gli affogati dopo qualche ore riaffiorassero. In quell’occasione scoprii che non era vero. Dipende dalla temperatura del mare sul fondale, dalle modalità dell’annegamento, addirittura da vegetazione e fauna marina.
Un sommozzatore mi aveva raccontato lo strazio di riportarli sù, ad uno ad uno. Quando vai a ripescare un corpo sul fondale, mi disse, appena lo tocchi quello ti abbraccia. Roba di correnti marine e di inerzia. “Devi far di tutto per non guardarlo in faccia, sennò il ricordo non ti abbandonerà mai nonostante l’addestramento”.
I sub al lavoro a Lampedusa dopo il grande naufragio dell’ottobre scorso hanno dovuto vivere questo orrore per trecentosessantasei volte. 366 abbracci mortali e sottomarini.
Il filmato che stavo visionando durava quasi dieci minuti ed era uno dei primi girati laggiù, dentro il relitto del peschereccio. Continua a leggere

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…- – -…

Ora voi fermatevi un attimo. Concentratevi. Siete su una spiaggia:
le scarpe a mollo, una busta di plastica con poche cose dentro, un pacchetto di biscotti, una bottiglietta d’acqua. I vostri soldi passano di mano e  voi salite sulla barca. Stretti, pigiati, il cuore a mille.
Passate tre giorni in mare. Il motore fermo, le onde sempre più alte, lo scafo di legno e ruggine sempre più zuppo e voi sempre più impauriti. Il cuore a diecimila.
Poi finiscono i biscotti, finisce l’acqua e anche il cuore comincia  a rallentare.
A quel punto vi viene in mente una cosa assurda.
Ma che diavolo vuol dire S.O.S?
Save our ship? Soccorso occorre subito? Save our souls?
Vi ricordate solo il suono del codice morse. E’ indimenticabile: … – – -…
Tre punti/tre linee/tre punti.
Ma tanto non c’è nessuno strumento a bordo per lanciare l’allarme. E’ solo un pensiero assurdo, prima di affondare.

Ho scritto queste quattro righe, l’anno scorso a Lampedusa, dopo l’ennesimo naufragio di un barcone. Le parole sono come un guanto. A volte valgono sia per una barca stipata di migranti che per un transatlantico affollato da croceristi.


Diario da Lampedusa

12 FEBBRAIO 2011. IL PRIMO GIORNO

Lampedusa sembra una zattera. Lunga e piatta. In mezzo al mediterraneo. Otto giorni sull’isola, gli arrivi continui dei barconi, dignita’ e disperazione,accoglienza e tensione.

E’ un ATR grigio della Guardia di Finanza. Sembra quasi un aereo spia. Telecamere a infrarossi e a lunga gittata, macchinari sofisticati e un equipaggio molto cordiale. Perlustrano il Canale di Sicilia, cercano con i loro occhi digitali i barconi carichi di migranti, coordinano i soccorsi via mare. E ci portano nel cuore dell’emergenza.

L’arrivo nell’emergenza: video

Ogni volta che a Lampedusa arriva un barcone carico di migranti, sull’isola si scatenano strani appetiti. Una storia complessa fatta di barche da spolpare, rifiuti pericolosi smaltiti illegalmente, incendi dolosi e finanziamenti pubblici. Una storia che puzza di mafia e di bruciato.

Il business dei barconi: parte I 
Il business dei barconi: parte II
Il business dei barconi: parte III

13 FEBBRAIO. L’ISOLA DEI TUNISINI

L’assurdità del sistema. I ragazzi tunisini hanno i soldi in tasca. Ma sono dinari e in territorio italiano valgono come carta straccia. Nessuna banca sull’isola è disposta a cambiarli in euro. E piu’ cresce la disperazione, più cresce la tensione con gli isolani.

I soldi sbagliati: il video

Due strade che si incrociano, quattro marciapiedi. Sotto il monumento/obelisco di Pomodoro, l’incrocio principale di lampedusa racconta di convivenze e diffidenze.

Convivenza e diffidenza: il video

8 MARZO

Scende nella hall alle 21. Abbiamo un appuntamento.
E’ bella. E’ elegante. E’ bionda. E’ impaurita. Ha lo sguardo verde, scintillante, brillante. Gira gli occhi in continuazione: dalla bambina di 9 anni che tiene per mano alla giungla di telecamere e microfoni che la aspetta. Si chiama Tina, è tedesca ed era prigioniera di una scelta sbagliata in Tunisia. Ha guardato il mare e pensato che quella fosse l’unica soluzione. E così nella notte di Lampedusa, dal barcone è scesa pure lei. Con lo sguardo verde e la sua bimba in braccio.

La storia di Tina e Emira Jasmine: il video

Il giorno del grande sbarco: il video

9 MARZO

Sbuca la mattina all’orizzonte. Una, due volte alla settimana. Quando vedono la sua sagoma rossa di metallo, sull’isola si tranquillizzano. Anche oggi è arrivata la nave dell’acqua. Una grande imbarcazione che si ferma in rada e srotola un lunghissimo tubo. Una piccola imbarcazione raccoglie la cima de tubo e lo avvita alla bocca di una cisterna.
Lampedusa non morirà di sete, oggi. E’arrivata l’acqua sull’acqua.

La nave dell’acqua: il video

Intanto, il Centro di Prima Accoglienza dell’isola scoppia.
C.a.r.a, C.p.t, C.i.e.,C.p.a. Un fiume di acronimi per raccontare la stessa storia. Da 15 anni, l’Italia come tutti i paesi d’Europa, si è dotata di strutture dove rinchiudere gli immigrati che arrivano sul suo territorio in modo irregolare.
La legge stabilisce che queste strutture siano a porte chiuse: le persone all’interno devono essere identificate, bisogna capire chi sono, se fuggono da guerre o persecuzioni, e stabilire quale deve essere il loro futuro. Un biglietto di ritorno, la protezione come rifugiato o l’integrazione.
La politica del cancello chiuso, del confinamento, della gestione e del controllo della massa migratoria serve anche a tranquillizzare l’opinione pubblica: tutto sotto controllo, nessun problema. 
Anche se le cose non stanno proprio così.

Cancello sbarrato, porte aperte: il video

Ora voi fermatevi un attimo. Concentratevi. Siete su una spiaggia, le scarpe a mollo, una busta di plastica con poche cose dentro, un pacchetto di biscotti, una bottiglietta d’acqua. I vostri soldi passano di mano e  voi salite sulla barca. Stretti, pigiati, il cuore a mille.
Passate tre giorni in mare. Il motore fermo, le onde sempre più alte, lo scafo di legno e ruggine sempre più zuppo e voi sempre più impauriti. Il cuore a diecimila.
Poi finiscono i biscotti, finisce l’acqua e anche il cuore comincia  a rallentare. A quel punto vi viene in mente una cosa assurda. Ma che diavolo vuol dire S.O.S? Save our ship? Soccorso occorre subito? Save our souls?
Vi ricordate solo il suono del codice morse. E’ indimenticabile: …—….
Tre punti/tre linee/tre punti.
Ma tanto non c’è nessuno strumento a bordo per lanciare l’allarme. E’ solo un pensiero assurdo, prima di affondare

Soccorsi in mare: il video
In balia delle onde: il video

11 MARZO

Lampedusa è isola di incontri.

Nelle vene deve avere un miscuglio di sangue e salsedine. Ha la faccia da artista, da eremita, da pirata, da anarchico. Ha la faccia giusta.
E pure il nome è quello giusto: Luciano Oltramari.  Era destino che passasse la sua vita a scrutare l’orizzonte, oltre le onde.Oltramari, scritto nel cognome. Le rughe sul suo viso disegnano le peripezie della sua vita. Un impiego a Lecco, la pensione, la scoperta di un’altra strada e i viaggi: India, Africa, Libano. Alla fine ha scelto di andarsi a posare qua. Oggi ha 78 anni e vive la sua giornata su una spiaggia di Lampedusa.
Ha creato un pescatore golem, fatto di reti, alghe, fantasia, pezzi di barche, indumenti dei migranti. Cita Malatesta e la Bibbia. Odia la Chiesa e i fascisti. Critica Dio e consiglia gli uomini. Per alcuni, è l’eremita della spiaggia. Per altri, è pazzo. Ma tutti lo rispettano.  <!–

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11 MARZO. SAYONARA O’SCIA’

Oggi il mare è mosso ma non è così inimmaginabile. Anche questa è un’isola ma non è cosi fragile. Anche qui ci sono terremoti ma non cosi’.

Tutto qui ricorda il Giappone. Mai stato, mai conosciuto nessuno. Ma oggi il pensiero non può che essere lì. Su quelle isole, davanti a quel mare, con quelle persone. Anche se per salutarsi loro dicono Sayonara e qui si dice O’scia’: fiato mio, mio respiro.

E allora: Sayonara O’Scia’.<!–

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L’apocalisse giapponese arriva fin qua. Si allenta la morsa, si ripensa tutto, si reimpaginano i notiziari e la tensone mediatica su quest’isola cala. La frase è semplice e brutale:  “Lampedusa scende in scaletta”.
Il grande palinsesto planetario ha le sue priorità.
E allora qui si può divagare. Una macchina, una guida, la curiosità e via. Via per strade sterrate, via per cale nascoste, via per l’angolo più struggente del mediterraneo. L’isola dei Conigli.  L’angolo dove Domenico  Modugno aveva la sua villa, dove l’ictus se l’è andato a prendere, che forse chissà, sarebbe ancora su un palco a cantare “volare oh,oh,oh”.
E poi via, via, via. Mauro è tutto: cameran, montatore, guida, producer. Via, via, via. Con l’automobile a tagliare longitudinalmente questa isola piatta senza nemmeno un albero. Via, via, via verso l’O’Scià club, il ritrovo dell’estate costruito in un ex fortino. Via, via, via, via.
E se arrivi in fondo alla strada, proprio là, l’angolo a nord est, dove quasi si vede la Tunisia, tutta la faccenda appare da un’altra angolatura.  Lampedusa è una zattera per chi la raggiunge dal mare. Ma per chi la governa è una portaerei. Nell’angolo più nascosto dell’isola fioriscono radar, antenne, ripetitori, installazioni militari. Nato e aereonautica militare italiana. Questa parte dell’isola è affare loro. Un avamposto naturale. Un avamposto militare verso il maghreb, l’africa, il mondo arabo. Che domani chissà cosa può accadere

13 MARZO

Troppi hotel, troppi letti diversi. La sveglia che ogni sera piazzo alle 7.30 non serve mai. Mi sveglio puntualmente prima. E allora non rimane che camminare, camminare sulla scogliera, il braccio di pietra verso il mare, verso l’africa. Un posto stupendo proprio davanti al mio albergo, un luogo stuprato dall’abusivismo e dall’ignoranza di una spray. La stupidità di chi non riesce a guardare oltre la punta di un pennarello nero.

Gran parte del tempo la passo qua. Tra questi due furgoni bianchi pieni di cavi, farettti, telecamere, computer e macchinari. Tra questa gente. Due cani randagi l’hanno scelta come casa e forse è un segnale. E’ il mondo di ITA 92. La squadra rai che garantisce collegamenti, dirette, riversamenti e toppe miracolose su buchi che si vanno allargando. Da qui, si vede la bocca del porto, quella da dove passano tutte le motovedette e tutti i barconi. I primi giorni dell’emergenza, dietro la postazione, i lampedusani guardavano curiosi “quelli della tv” e scattavano foto coi cellulari. Ora non passa più nessuno.

Vita da ITA: la diretta della diretta

15 MARZO

E’ stata una notte difficile. Le voci del naufragio, la corsa giù al molo, i fari delle motovedette. Arrivano in 112, stavano affondando e li hanno salvati. Vengono avvolti nelle coperte termiche e la notte di Lampedusa si popola di fantasmi dorati. Ma ci sono altri fantasmi. Quelli di un naufragio avvenuto davanti alle coste della Tunisia. In 5 solo si sono salvati. Li hanno caricati su un altro barcone che passava poco distante. Ne hanno caricati solo 5 perchè per gli altri 40 non c’era più posto. E sono rimasti in mare. In mare a morire.

La notte dei fantasmi dorati: il video

E intanto gli scafisti studiano nuove rotte

Il business degli scafisti: il video

17 MARZO

Scendiamo dalla collina insieme alle ombre. Scendiamo e siamo un’ombra. Nessuno controlla, nessuno ci ferma. Sono con Giampiero Calapà del Fatto Quotidiano. Siamo in due e vogliamo provare a entrare nel Centro di Prima accoglienza di Lampedusa. L’iphone nella mano per vedere e documentare e raccontare e sorprenderci nel vedere come possono vivere tremila persone  ammassate come bestie. Alcuni hanno ancora i vestiti zuppi di acqua di mare. Pochi hanno una coperta, un letto, qualcosa.

Una notte tra le ombre: il video

05 APRILE
 
La domanda è la stessa, quasi insistente. La mattina è quasi al termine. Una breve riunione per capire dove andrà a finire questa settimana. E dove andrò a finire io. La missione italiana in Tunisia.  La situazione delle tendopoli in giro per l’Italia. Gli sbarchi continui a Lampedusa.
Alla fine la domanda: “Torni?”. Bene, torno. Torno in mezzo al mediterraneo. Su quella che un tempo era l’isola delle tartarughe. Lampedusa, atto terzo. Ora vado a casa, preparo la sacca, sei ricambi “che casomai c’è il servizio lavanderia”, infilo il computer, il libro di Ellroy con ancora 153 pagine da leggere, il taxi da prenotare per domattina. 
Quando sarò sulla porta di casa, mio figlio, due anni, mi chederà: “Tonni?”.
La domanda è la stessa, la direzione è opposta. 
 
06 APRILE
 
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Si sono salvati in 53. Erano in 300. 1 su 6, nella fredda contabilità del naufragio. Onde alte 3 metri, mare forza 6, raffiche di vento a 29 nodi,  a 38 miglia dalle coste di Lampedusa. Numeri, numeri, numeri per provare a definire, confinare, dare un limite a quello che è il naufragio più grave mai avvenuto davanti a quest’isola.
Là in mezzo al mare, continuano a cercare i vivi ma vedono solo cadaveri che galleggiano. I piloti degli elicotteri impegnati nei soccorsi raccontano di un mare pieno di corpi: “Hai presente quella foto dopo Ustica?”. 
Avevo 5 anni, ma ho presente.
I cadaveri verranno recuperati poi. Un uomo della capitaneria mi spiega il perchè: “Uno studio dei guardia coste americani, i migliori al mondo, dice che non puoi perdere 20 minuti per recuperare un morto e magari a 100 metri di distanza c’è un naufrago ancora vivo. Prima si cercano tutti i vivi, poi si recuperano tutti i morti”.
I racconti dei 53 sopravvissuti si sovrappongono e danno certezze. C’erano 40 donne a bordo di quella barca maledetta dai colori sgargianti. Ne sono arrivate 2. C’erano 5 bambini su quel vecchio scafo. Non ne è arrivato nemmeno uno.
Numeri. Ma non riescono a definire, confinare, limitare l’orrore. <!—->

Il grande naufragio: il video

Altri naufragi fantasma: il video

07 APRILE. LA RIVOLTA

Il Ministro dell’Interno va a Porta a Porta e annuncia: “i primi 30 migranti sono stati riportati in Tunisia con un aereo”. Lo hanno fatto in gran segreto, nel pomeriggio. Perchè la notizia è una bomba.
Su quest’ isola minuscola, vivono ancora 1100 tunisini.
Vagli a spiegare che ne rimpatrieranno in totale 104. Quelli che erano su un barcone, giunto dopo la mezzanotte dell’accordo tra Roma e Tunisi. Vagli a spiegare che quelli giù al molo, quei mille che si stanno imbarcando su un traghetto, andranno in Sicilia e avranno un permesso temporaneo di soggiorno. Vallo a spiegare ai 74 mohicani rimasti nel centro di prima accoglienza di Lampedusa. Sono loro i prossimi ad essere rimpatriati. La notizia serpeggia, si diffonde, esplode. Bagliori di rivolta nel CPA di Lampedusa.

Rivolta di sola andata: il video

Il giorno dopo c’è tanto silenzio. Lampedusa è stata svuotata per l’ennesima volta. I rimpatri non si fermano, tra decreti d’espulsione e proteste all’aeroporto. E pure la grande nave ha lasciato il porto con 714 persone a bordo. I protagonisti della guerriglia, della rivolta, dei materassi incendiati e delle grida disperate non ci sono più. E dall’orizzonte sono spariti pure i barconi. L’effetto deterrenza, secondo qualcuno, comincia a funzionare. Secodno altri, è semplicemente troppo presto per dirlo. Il mare è calmo.  <!—->

13 APRILE

Sbirri e giornalisti. Nelle serate di Lampedusa, incontri solo due tipi di persone. Sbirri e giornalisti. Sembra un telefim ma è realtà. Alberghi e ristoranti sono affollati. L’emergenza immigrazione da un lato affossa il turismo, dall’altro riempie stanze e occupa coperti in bassa stagione.
Sbirri e giornalisti. Un continuo passarsi numeri di telefono.
“Domani ti chiamo e mi dici se su al CPA…………………………………..” 
“Vediamo se si può fare quella cosa, lasciami il tuo numero…….”
“Vabbè me lo segno, non si sa mai…………………………………………….”
Tutti si passano numeri di telefono. Incontro un tizio e mi dà il suo:
334.1098765. 
Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque…….
“Facile,dai!”, dico io.  “Mah!”, mi fa lui “ci ho messo un anno a capire come lo dovevo leggere. Lo vedevo in modo diverso, da quello che è. Io dicevo: Dieci, Novantotto, Settantasei, Cinque”. 
Il più delle volte, dipende da come vedi le cose
 
15 APRILE. IL NAUFRAGIO DI PANTELLERIA
 
Aggrappati a una fune. Con acqua e sale e alghe nel naso, in bocca, in gola. Con le gambe che si graffiano e scorticano e spaccano contro gli scogli neri. Con le mani che scivolano su quella maledetta, benedetta corda. Con gli occhi negli occhi di chi tiene la fune. E ti urla in una lingua che non sai ma che nemmenosenti, nel frastuono dell’onda.
 
Le foto e il video del naufragio di Pantelleria mostrano quello che di solito crediamo di immaginare e nascondiamo dietro astruse locuzioni:
“probabile naufragio”, “le  vittime sarebbero….””dell’imbarcazione non c’è più traccia”.
  C’e’ qualcosa di antico e mostruoso nella lotta tra l’uomo e il mare. E quando c’è lotta, vince quasi sempre il mare
 
L’inferno di sale e acqua: il terribile video del naufragio di Pantelleria
 
18 APRILE
 
E’ finita un’altra volta. La terza volta. E’ finita ma è solo una pausa. Lo sanno tutti, lo pensano tutti, non lo dice nessuno. Tra scaramanzia e reticenza.
Aeroporto Falcone Borsellino, 11.05, il volo per Roma. C’e’ tempo per ripercorrere mentalmente questi 14 giorni a Lampedusa. Due naufragi, il mare carico di onde e vento. Una rivolta, le giornate passate sulla collina. Un pianto sul molo, davanti agli occhi che brillano tra le coperte termiche. Una teiera incrostata, recuperata su un barcone e regalata. Le solite passeggiate mattutine sugli scogli. Nuove conoscenze, vecchi amici, antiche ruggini. Ma tutto sommato, anche questa volta è andata e il bagaglio è carico di ricordi e emozioni. Ed è per questo che ieri sera, alla Cambusa, i piatti avevano lo strano sapore di quelle cene alla fine dell’anno scolastico.Ma’aa Salamah, Lampedusa. Arrivederci. Deve essere lo stesso pensiero dei tunisini, sui voli di rimpatrio
 
14 MAGGIO. L’ENNESIMO GIRO DI GIOSTRA
 
Fare sport, mangiare meno e emigrare all’estero. Capisci che direzione dovrebbe prendere la tua vita, all’improvviso, quando atterri al Falcone Borsellino di Palermo. Il volo wind jet che ti ha portato qui da Roma è in ritardo. Arriva alle 10.10 e si aggancia all’ultimo “finger”, il braccio meccanico che lo collega all’aeroporto. Il tuo volo Meridiana per Lampedusa decolla alle 10.50. E il check in sta per chiudere. 
La hostess è gentile e ti comunica che hai 5 minuti secchi per fare un sacco di cose: scendere dall’aereo, percorrere di corsa tutta l’aerostazione con un borsone a tracolla, fare una rampa di scale in discesa, uscire dagli arrivi, correre verso il desk Meridiana, ansimare nome e cognome, riprendere il borsone, correre di nuovo in direzione contraria, salire una rampa di scale, infilarti al controllo passeggeri, passare sotto il metal detector e finalmente metterti in coda per l’imbarco.
Non hai il fisico. Arrivi stremato, confuso, col fiato corto, la camicia a chiazze. E pensare che al mondo ci sono persone che fanno i 100 metri in 9 secondi e qualcosa, gente che si beve i 42, 195 chilometri di una maratona, donne che vanno in palestra tutti i giorni. Tu no. E si vede.
Ma al mondo esistono anche paesi dove al primo check in ti danno due carte di imbarco se hai una coincidenza o aeroporti con un desk dedicato ai transiti. Paesi civili che non ti obbligano a entrare e uscire da un’aerostazione per un semplice cambio volo.
Comincia così l’ennesimo giro di giostra. Il quarto, a Lampedusa. Comincia con l’impressione che forse è più facile buttare giù qualche chilo piuttosto che sperare in un sistema più efficiente. E non è una bella impressione.