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Senza Corona

Quando mi alzo per andare in bagno non posso far altro che fermarmi davanti alla fila 28, l’ultima. I due agenti dell’Interpol guardano e smorfiano come per dire “Eh, dai, torna al tuo posto”.foto (16)
Vicino a loro, Fabrizio Corona e i suoi tatuaggi fissano il blu, fuori dal finestrino.
“Mi scappa sul serio, non sto provando a fare il furbo”, dico.
E’ a quel punto che Corona si gira verso il corridoio.
In questa ennesima piroetta del suo look assomiglia vagamente a Johnny Depp.
“Giornalista?” chiede.
Non ha più le manette ai polsi e indossa una maglietta con il ritratto di un indiano.
Non può essere un caso, per uno così attento al look.
Lui è quell’indiano: l’uomo solo contro il sistema, il coraggioso con arco e frecce opposto ai fucili e alla polvere da sparo, il ribelle sognatore che non segue la strada segnata della ferrovia ma lo scarto del bisonte, lo sconfitto che indica la via alle generazioni future. No, quella maglietta non l’ha scelta a caso.
“Si”, rispondo.
“Di che cosa?”. Col dito faccio segno uno, come Tg1, come il primo canale.
“Ti posso fare una domanda?”, mi chiede. I due dell’Interpol sbuffano e mi fanno cenno di andare, ma il bagno è ancora occupato.
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A mano armata

Forse è solo un’assurda suggestione d’agosto ma guardare il medagliere delle Olimpiadi di Londra fa un po’ impressione. L’Italia per ora è sesta con 7 ori, 6 argenti e 4 bronzi. Ma queste 17 medaglie sembrano parlare e raccontare al mondo chi siamo.
Siamo migliori al mondo nella scherma, nel tiro a segno con la pistola e con la carabina, nel tiro a volo, nel tiro con l’arco, nel judo.
Come se non potessimo fare a meno di frecce, fucili, revolver, sciabole, spade, fioretti e forza fisica.
Come un paese stanco, impaurito e rissoso che solo con un’arma in mano riesce a primeggiare.
Le Olimpiadi non sono ancora finite. Resta meno di una settimana per far vedere che siamo un paese che sa ancora giocare.

P.S: Dal racconto restano escluse le due bellissime medaglie d’oro di Daniele Molmenti con il Kayak e quella del due di coppia nel canottaggio. Ma a ben pensarci, anche una pagaia può servire allo scopo e sulla testa può far male.

 

 


L’altra final

Alla birreria Speck Keller qualche sedia è rimasta vuota ma in sala si conoscono tutti. Tira una brutta aria, ai piedi delle Dolomiti. Sembra quasi che le donne sedute a guardare la partita sappiano già che Italia Spagna finirà 0 a 4.
Il commento tecnico più cristallino, a 10 minuti dall’inizio, è “Ma sono più di noi o è il rosso che rende più dell’azzurro?
Per un rito scaramantico, in mezzo alla sala, è stata appoggiata una bottiglia vuota di un superalcolico spagnolo. Non si sa bene perché ma visto come sono andate le cose, il sistema è quantomeno da perfezionare.
Quando sull’1 a 0 la finale sembra avvitarsi, donne e ragazze allora si lasciano andare. Guardano i calciatori, più che la partita.
Una balza su per Balzaretti e esclama “E’ il più bello di tutti, c’ha una tartaruga….l’ho visto su Diva&Donna”.
Un’altra ha fatto un patto: deve bere un sorso di grappa ogni volta che inquadrano Prandelli. A finale finita, non connette più.
Il gruppo di tifose non si tiene. Hanno un soprannome per ogni calciatore.
Montolivo è scarpette rosse.
Balotelli è il diversamente bianco, e fino a fine serata non capisco se sia un insulto razzista o un modo intelligente per esorcizzare il razzismo.
Pirlo c’ha una faccia che sembra un tordo però è bravo.
Guardo meglio la più carina delle tifose dello Speck Keller: assomiglia a Matteo Renzi, è certo. Continua a leggere


Triste, solitario y final

Ero arrivato a Roma da poche ore. Il trasloco alle spalle, una nuova vita davanti. Era il 2 luglio del 2000 e guardai quella finale tra Italia e Francia circondato dagli scatoloni, con l’amico di sempre, e futuro coinquilino, al fianco. All’ottantanovesimo, la Nazionale vince 1 a 0, e io pronuncio l’immortale frase “mi metto i sandali, si va a festeggiare a Piazza del Popolo!”.
La Francia segna e si perde ai supplementari.  Da allora, quando parlo di calcio e pronostico un risultato, l’ amico di sempre, ormai ex coinquilino, si tocca.
Indimenticabile.
La sera del 9 luglio 2006, invece, mi avevano rifilato il turno serale nella redazione esteri del Tg2.
Quell’Italia – Francia che valeva la Coppa del Mondo, me la vidi su tre schermi ultrapiatti, quasi appesi al soffitto. Da solo. A suo modo, un’altra volta, indimenticabile.
Anche oggi è già indimenticabile. Ho attraversato in macchina l’Italia. Da Roma a Firenze, e poi su, a grattare la schiena dell’Appennino, in un’epopea stile Isoradio 103.3, a sfiorare le celeberrime Barberino del Mugello, Roncobilaccio, Sasso Marconi, e giù verso Bologna, il Polesine, Rovigo e i Colli Euganei, Padova, e ancora a macinare chilometri di strada statale tra Cittadella, Bassano e Trento.
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Foglietti maledetti

Lo ammetto, ultimamente lo faccio spesso. Frequento uffici pubblici.
Sono obbligato, non ne posso fare a meno.
E gli uffici pubblici sotto il 44esimo parallelo hanno tutti la stessa, dannata, caratteristica:
l’invasione dei foglietti.
Fotocopie sgualcite con decine di informazioni buttate lì, davanti agli occhi, del cittadino/utente.
Occupano inizalmente le bacheche, poi fuoriescono e invadono le pareti dell’ufficio, fino ad arrampicarsi sul vetro che ti divide dal funzionario.
Il numeretto rosso sul display ti fa capire che l’attesa sarà lunga e allora puoi fermarti a leggere. Per sorridere e arrabbiarti.
I messaggi stampigliati sui foglietti usano tutti lo stesso linguaggio alieno: “si prega”, “rispettare”, “numero di ordine”, “in caso contrario”, “attenzione”, “si rammenta”  “permanenza”,  “suddetto”, “non oltre”, “dirigenti apicali”, “al fine di” “l’utenza”.
La stragrande maggioranza dei foglietti poi è ripetuta due, tre, quattro volte. Alla fine in tutto l’ufficio si contano 29 foglietti appiccicati a suon di scotch. Troppi. Qualcuno se ne deve essere accorto.
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Il tango del tangentista

Cammino come un dissidente, come un deragliato, come un disertore. Ho il cervello in manette, dico cose già dette e vedo cose già viste.
Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra e la terra attraversata da gente di malaffare.
E vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare. 

E gli innocenti confondersi e gli assassini ballare.
E gli innocenti corrompersi e gli assassini brindare.
Nascondono il passato, parlando del futuro e se trovano la cruna dell’ago, se la mangiano di sicuro.
E’ solo il capobanda ma sembra un faraone.
Ha gli occhi dello schiavo, lo sguardo del padrone. Si atteggia a Mitterand ma è peggio di Nerone.
 Ci guarda con il megafono dall’ultimo piano. Promette un castigo, minaccia un perdono.
E tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti, rubando?
Il mio ipod ripesca dal passato Canzoni d’amore di F.De Gregori. Undici tracce, poco amore e tanta politica.
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Sogni in caduta libera

Luca ormai lo conosco da un po’ di tempo. E credo di immaginare l’emozione che ancora prova quando entra nella redazione del Grande e Illuminato Giornale Progressista. Quella confusione quasi studiata, l’impressione che ognuno lavori a un’inchiesta importante, il paradosso di un open space che sembra raccolto, intimo, tuo.
Luca ha cominciato a collaborare per i supplementi del Grande e Illuminato Giornale Progressista anni fa: ha scritto articoli su orologi che non può permettersi e recensioni di osterie nelle quali non ha mai mangiato.
Poi ha frequentato una prestigiosa scuola di giornalismo, passato tre mesi di stage gratuito proprio nella redazione del Grande e Illuminato Giornale Progressista e infine, dopo l’esame col quale è diventato giornalista professionista, ha cominciato a collaborare.
Luca ancora si emoziona quando la mattina va a fare colazione al bar, sfoglia le pagine locali del giornale e trova il suo nome in neretto. La sua firma.

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