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Antiracket Football Club

Il vecchio e grande murales di Maradona resiste ancora ai piedi di una palazzina nel centro di Quarto. E in questo sobborgo della zona Flegrea di Napoli è venuto addirittura a giocare il figlio del Pibe de Oro: Diego Armando Junior. Stesso sangue, piedi leggermente diversi.
Il piccolo Maradona ha militato nella squadra locale fino a due anni fa, tra il campionato di Promozione e quello di Eccellenza.
Proprio gli anni in cui il Quarto era una squadra di Gomorra.
Il Clan Polverino aveva comprato la società sportiva e nel piccolo stadio della cittadina flegrea gli amici degli amici si radunavano a guardare la partita e a parlare di calcio e affari sporchi.
“Il pallone da queste parti crea un consenso molto solido” mi spiega il magistrato antimafia Antonello Ardituro. E’ l’uomo che ha cambiato le regole del gioco in queste terre. Continua a leggere

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Triste, solitario y final

Ero arrivato a Roma da poche ore. Il trasloco alle spalle, una nuova vita davanti. Era il 2 luglio del 2000 e guardai quella finale tra Italia e Francia circondato dagli scatoloni, con l’amico di sempre, e futuro coinquilino, al fianco. All’ottantanovesimo, la Nazionale vince 1 a 0, e io pronuncio l’immortale frase “mi metto i sandali, si va a festeggiare a Piazza del Popolo!”.
La Francia segna e si perde ai supplementari.  Da allora, quando parlo di calcio e pronostico un risultato, l’ amico di sempre, ormai ex coinquilino, si tocca.
Indimenticabile.
La sera del 9 luglio 2006, invece, mi avevano rifilato il turno serale nella redazione esteri del Tg2.
Quell’Italia – Francia che valeva la Coppa del Mondo, me la vidi su tre schermi ultrapiatti, quasi appesi al soffitto. Da solo. A suo modo, un’altra volta, indimenticabile.
Anche oggi è già indimenticabile. Ho attraversato in macchina l’Italia. Da Roma a Firenze, e poi su, a grattare la schiena dell’Appennino, in un’epopea stile Isoradio 103.3, a sfiorare le celeberrime Barberino del Mugello, Roncobilaccio, Sasso Marconi, e giù verso Bologna, il Polesine, Rovigo e i Colli Euganei, Padova, e ancora a macinare chilometri di strada statale tra Cittadella, Bassano e Trento.
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Mondo tondo palla

Guardalo bene, questo ragazzo con la camicia a scacchi e gli occhiali a goccia.
Guardalo bene e dimmi se lo riconosci. Perché se scavi nella tua memoria, lo trovi. Davvero non ricordi?
Ti dò un indizio, allora. Levagli i RayBan a goccia e troverai due occhi a mandorla.
E poi guarda la spalla.
E’ quella di un atleta.
Lui è Hidetoshi Nakata, ex stella del calcio giapponese. Piedi e fantasia nel toccare il pallone. Diverse stagioni in Italia tra Perugia, Parma, Firenze e uno scudetto con la Roma.
E’ stato inserito dalla FIFA nell’elenco dei 100 giocatori migliori di sempre.
Poi nel 2006, a soli 29 anni, Hide ha salutato il luccicante mondo del pallone e se n’è andato. Non ha sbattuto la porta. No, l’ha spalancata.
S’è messo uno zaino in spalla e ha cominciato a girare il mondo.

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Prendere a calci la rivoluzione

I generali ormai governavano da parecchi anni. Da 18, per la precisione.  Il regime non accennava a sgretolarsi, anche se appariva ogni giorno più sfilacciato, disordinato, in fondo in fondo più pericoloso.
E così in quello spogliatoio, quegli uomini in mutande e calzettoni decisero di fare qualcosa per il proprio paese.
Votarono per alzata di mano e votarono la cosa più giusta.
Da quel giorno quella squadra di calcio si sarebbe autogestita, per mostrare all’intera nazione i vantaggi della democrazia.
L’allenatore avrebbe avuto un voto come ognuno di quei 22 giocatori. Avrebbero scelto tutti assieme la formazione, la strategia per battere gli avversari, i cambi da effettuare durante la ripresa.
Decisero persino di giocare con i numeri sulle casacche al contrario in segno di protesta. Di sostituire lo sponsor con messaggi politici. Rischiavano la galera ma andarono avanti. Continua a leggere