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Effetti desiderati

Io credo nel bugiardino.  Mi rassicurano le sue indicazioni, accetto volentieri le sue precauzioni, giro alla larga da possibili controindicazioni, studio le sue interazioni e avvertenze speciali, mi adatto alla sua posologia.
Ho imparato quest’inverno, prima mica era così.farmaci
Prima no, non mi ammalavo mai.  Ma ora a casa mia, in arrivo direttamente dal nido comunale e dalla scuola materna, girano i peggiori germi, i batteri più cattivi, i virus più agguerriti.
Roba da laboratorio supersegreto per la guerra batteriologica.
Ed è così che ho imparato a leggere quelle righe scritte fitte fitte, quei componenti coi nomi  da mitologia greca: ergotamina, azitromicina, ciclosporina, midazolam, teofillina.
Anche ora, che è quasi estate, non riesco a liberarmente.
E allora giù di Zitromax, Fluimucil, Ventolin.
Aria, aria, aria.
Era ora!
Inspira, espira, respira.
E quando mia madre al telefono mi chiede: “Ma hai provato col propoli?”, la risposta è solo una.
Io non credo nelle api. Io credo nella chimica farmaceutica.

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Comunione, mazzate e liberazione

In montagna, quando piove c’è ben poco da fare. Nel vero senso della parola. E con tre bambini piccoli può essere davvero un problema serio.
A San Martino di Castrozza, però, c’hanno il palasport.
Ed ecco allora che la grande struttura si anima, Centinaia di persone e centinaia di bambini di tutte le età.
BImbi che saltano sui tappetoni, adolescenti che che si rincorrono, ragazzini che giocano a mini golf, adulti che si arrampicano sulle pareti con corde e moschettoni. Decine di uomini e  donne si sono addirittura organizzati con megafono e tabellone e stanno facendo un torneo di ruba-bandiera e tiro alla fune.
Mi sembra un paradiso, mentre fuori infuria la tempesta.
Finché non scopro che quelle centinaia di persone non sono lì per caso.
Sono il gruppo di Comunione e Liberazione di Buccinasco e Cesano Boscone, laddove finisce Milano e comincia il milanese.
Hanno minimo tre figli a coppia e quando piove, fanno così: affittano il Palasport per stare assieme.
Io e il mio non c’entriamo nulla ma già che ci siamo…
Mentre il bimbo gioca, mi rilasso e distraggo un attimo. Dopotutto, ci può essere sulla faccia del pianeta un luogo più sicuro di un palasport pieno di persone pie e devote, aderenti a Comunione  e Liberazione?
E invece e’ un attimo. Continua a leggere


A vele spiega(zza)te

Il corso di vela che ho fatto a 7 anni non mi è servito a nulla.
Eppure ricordo ancora l’Optimist, quell’assurda barchetta fatta a vasca da bagno. L’emozione del primo mare aperto. Il tentativo di usare il timone come un remo per andare più veloce del vento. Quello che non riesco a ricordare sono i nodi.
Nodo di scotta, nodo savoia, nodo bandiera, gassa, scorsoio, doppino….nulla. Ora davanti a  queste corde, questi tiranti, queste funi mi ritrovo smarrito.
E’ troppo complicato.
Mi consolo al pensiero che nemmeno Soldini o Cino Ricci ce la farebbero. Un groviglio inestricabile da sciogliere sotto il sole che cuoce la pelle.
Non basterebbe, forse, nemmeno l’intero equipaggio di Azzurra per sciogliere questa matassa così ingarbugliata. E pensare che la mia navigazione, all’apparenza, era così semplice.
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Garage Olimpo

Capelli biondi e occhi azzurri. Lo sguardo deciso, determinato, a senso unico. Appena apre bocca, si capisce che ha imparato l’italiano da poco:
“Li tolio la testa? Li tolio la testa e la metto nel frigo?”.
I due prigionieri sono legati e imbrigliati su alcune minuscole seggiole.
Lo guardano impotenti, imploranti, terrorizzati.
“Non esageriamo, dai” dice l’altra persona nella stanza.
Il Biondo parte con un pugno in testa. Poi gli divarica le dita fino al limite.
Un altro pugno colpisce lo sterno. Uno dei due prigionieri ha un sussulto, l’altra sta già piangendo.
“Fermati, fermati, basta!” dice l’altra persona nella stanza guardando il Biondo.
Ma lui vuole andare fino in fondo e farli crollare. “Li buttiamo nela spazzatula?”.
La domanda è accompagnata da un ghigno e da quegli occhi azzurri sgranati.
Si abbassa sui due prigionieri e

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One-dad-band

Sapevo che sarebbe successo e quando lei dice: “Vado io a prendere le pizze”  capisco che il momento è arrivato.
E così mi ritrovo per la prima volta in casa, solo, con tre figli.
Uno da addormentare.
Una da allattare.
Uno da distrarre.
Concentrazione massima, pari solo al panico.
Afferro il biberon con la destra, la bimba avvolta nel mio braccio sinistro.
In fondo al braccio impugno il telecomando.
I tasti li conosco a memoria e Rai YoYo ipnotizza il figlio maggiore mentre comincio ad allattare la bimba. Intanto, con il piede destro a uncino, muovo ritmicamente la carrozzina dell’altro bimbo. Su e giù, su e giù, su e giù. La prima ginnastica che faccio da anni.
Mi squilla il telefono, infilo il biberon sotto il ricordo di un pettorale e rispondo a  una cara amica che non sento da parecchio tempo.
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Mal di mare

Deve esser stato l’anno 1710 o giù di lì. In un vecchio baule ripesco il diario di bordo di quella fantastica traversata. La pagina è ingiallita e la data non si legge più.
Ma i ricordi sono netti: a zigzag tra le Antille, la spola con l’Isola del Cocco, la sgualcita jolly roger issata in continuazione sopra le vele.
Attacco e fuga. Attacco e fuga. Attacco e fuga.
Siamo pirati e abbiamo regole precise a bordo. Ogni membro della ciurma ha diritto di voto, deve ricevere provviste fresche e la sua razione di rhum. Nessuno può giocare a carte o a dadi. La candela va spenta alle otto. Ognuno deve lavare la sua biancheria. Le armi devono essere sempre pronte e pulite. Una sola regola è stata infranta in questo viaggio. La regola che dice: donne e fanciulli non possono salire a bordo.
L’infrazione alla regola se ne sta in un angolo. Bellissima. Capelli neri e unti come il corvo. Occhi verdi e gialli di smeraldo. Pelle pallida. L’abbiamo caricata a bordo nel porto di Antigua. Così ha deciso il capitano. Così abbiamo votato noi. Nessuno ha il coraggio di avvicinarla. Non conosciamo neppure il suo nome. Se ne sta lì, sotto il timone, rannicchiata e accucciata. Non sopporta il mare. Ogni tanto si sporge dalla balaustra del nostro caicco. E ributta il rancio tra le onde. Non riesce a tenere nulla nello stomaco.  Mi avvicino, le poggio una mano sulla spalla e le sussurro:
“Anche durante la navigazione più entusiasmante, si può soffrire il mal di mare”.
Si alza, mi sorride, forse mi sta per baciare. E invece no. Si gira e si sporge di nuovo oltre la balaustra.