Nun propio ‘na serataccia

Li ho conosciuti in una notte di passaggio. Hanno l’allegria contagiosa delle persone libere e il passo pesante di un vecchio ubriacone. Suonano, cantano e fanno ballare con coppole e vecchi cappelli calcati sulla testa a mascherare quelle facce da semi-conosciuti, da quasi famosi.orchestraccia
Vengono dai set di Romanzo Criminale e dei Cesaroni, tra di loro c’è di tutto, dal blogger geniale e ironico al cantautore inizio anni ’90 che ha partecipato anche a Sanremo.
Si ritrovano tutti assieme in una strampalata terra di confine tra Nino Manfredi e Bob Marley, Gabriella Ferri e Manu Chao, Alberto Sordi e i Pogues, Pasolini e i Clash.
Cantano di prigioni e di accoltellamenti sul lungotevere, di periferie e borgate, di amori maledetti e inseguimenti sbirreschi, di cravattari e tradimenti. Per essere più credibili, si sono dati un’etichetta volutamente sbracata, riduttiva, dispregiativa.
Sono l’ Orchestraccia e fanno rivivere stornelli romaneschi e poesie di Trilussa o Petrolini su un tappeto reggae-ska-folk. Continua a leggere


Lo straccio di un’idea

Nel 1968 lo scienziato George Land distribuì a 1600 bambini americani di 5 anni un test di creatività, sviluppato dalla NASA per selezionare il proprio personale.foto (11)
Dimostrò così che il 98% dei bimbi hanno momenti di creatività innata.
Lo scienziato ripropose lo stesso test agli stessi bambini 5 anni e 10 anni dopo e constatò che la capacità di essere creativi, di avere un guizzo, una pennellata, un’idea calava drasticamente con l’aumento dell’età.
Forse in quella lontana ricerca sta la spiegazione a questo momento di blogstasi.
Dopotutto ho quasi 38 anni.
Nel frattempo però sono cambiate un po’ di cose in redazione e ci sono nuove energie in circolo, nuovi stimoli. E nelle ultime due settimane mi sono ritrovato a indagare sui misteri di una centrale nucleare dismessa e sul racket delle ambulanze nel Lazio, a cercare un perché davanti all’ennesimo dramma dell’abusivismo edilizio a Palermo, a constatare che in questo paese a volte il tempo passa invano.
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La stanza del figlio

Alberto ha cambiato casa spesso in questi ultimi 17 mesi. Almeno tre volte, un trasloco dietro l’altro. Per fortuna la sua mamma non lo lascia mai, lo segue ovunque, lo sprona e lo coccola.foto (8)
Anche qui, nella sua nuova casa, la stanza 219.
Patrizia è una bella signora bionda, con gli occhi azzurri  pieni di lacrime, che ha solo voglia di raccontarsi, perché forse chissà, parlando, parlando, parlando troverà una spiegazione impossibile da trovare.
Accarezza Alberto e gli fa ruotare leggermente il viso.
“Vedi? Lo vedi cosa hanno fatto?”
Lo vedo.
Vicino al letto di Alberto c’è un monitor al plasma sempre acceso. In questo momento Antonella Clerici spadella e ride.
Appesi alla parete, come nella stanza di qualsiasi ragazzo, fotografie, sciarpe, la dedica di Alex Britti. E tante foto di Alberto.
Alberto che suona la chitarra. Alberto che abbraccia la sua ragazza. Alberto che sorride. Alberto in viaggio per l’Europa. Alberto che scherza con gli amici.
Alberto ora invece dorme e basta.
Un sonno impalpabile che nemmeno i medici riescono a scandagliare fino in fondo. Coma, stato di prima coscienza, stato vegetativo. Continua a leggere


Giorgia cara,

Cara Giorgia,
in questa foto sei venuta davvero bene. Dico sul serio, sembri quasi carina. Mi piace l’espressione che impugni sul viso, un impasto di soddisfazione, serenità, convinzione, sorriso.
A cosa stavi pensando, Giorgia, quando ti hanno scattato questa foto?
Eri ancora giovane o già ministro della Gioventù?
Hai stile in questo scatto, Giorgia, te lo devo dire.
Sei elegante.
L’orecchino che brilla in un angolo, quasi nascosto dalla massa dei capelli; la scollatura a v, audace ma non offensiva; gli occhi che brillano tra il celeste e il verde, un po’ socchiusi, ammiccanti, lontani anni luce dai bulbi a palla che ricordavo.
Mi sembri una ragazza che conobbi a uno stabilimento balneare, anni fa. Solare, sorridente, pulita. E anche tu, in quest’immagine sei fresca, sai d’estate, quasi quanto il tuo cognome.
Sembri una madonna, Giorgia, sono sincero. Lascia stare il sole che faceva capolino dietro al cartellone, lo so, è un segnale che comunque non bisogna sottovalutare. Ora mi voglio concentrare su di te e  sull’aura che emani, ispirata. Continua a leggere


It’s really sharky!

Ricevo e volentieri pubblico da un amico che s’è trasferito per due mesi dall’altra parte del globo, fingendosi un importante ricercatore universitario.

Oramai è diventata un’ossessione. Ogni volta che mi avvicino alla
riva dell’oceano, scruto l’orizzonte in lungo e in largo e cerco di
addocchiare un minimo segnale, un piccolo indizio.
Vinta la diffidenza, ho
un brivido lungo la schiena nonostante l’acqua sia calda. Lo sguardo non si stacca dal fondo e dalle ampie volute disegnate dalle

braccia sotto il pelo dell’acqua.
Il momento peggiore è sempre quello, quando al
largo mi ritrovo in silenzio, con le gambe penzoloni dalla tavola da surf come due bei norcini appesi sopra il banco del salumiere.
Tutti i
racconti sugli squali bianchi mi hanno leggermente suggestionato e da un momento all’altro temo sia arrivato il mio momento per entrare nella catena alimentare dalla porta principale.

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Di mostri, laghi e altre sciocchezze

Ogni paese ha i mostri che si merita. E i mostri, di solito, vivono nei laghi. Il più celebre è Nessie, il plesiosauro che sguazzerebbe nel lago di Loch Ness in Scozia.
Ma ci sono anche l’Ogopogo, serpentone iperaggressivo che terrorizza i pescatori sull’Okanagan, in Canada; il Manipogo, sempre in Canada, nelle profondità del lago Manitoba; in Argentina vive un altro serpentone, senza braccia e senza zampe, Nahuelito; e così via, passando per il Ciad, lo Zambia, la Russia e la Cina. I due paesi che contano più mostri lacustri sono il Canada e gli Stati Uniti e c’è addirittura una pseudo scienza che studia queste creature: la criptozoologia.
L’Italia in questi giorni vive il mistero del Lago di Scanno, uno specchio d’acqua a forma di cuore, a 900 metri d’altezza in Abruzzo.
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La porta chiusa

Il ragazzo passava per quella strada quasi tutti i giorni. Via Oslavia era un’elegante arteria del quartiere di Roma Prati, puntellata di palazzi tardo ottocenteschi. E ogni volta che sfrecciava davanti al 39B con la sua vespa, gettava uno sguardo verso quel portone, inesorabilmente chiuso. Ormai quasi non si voltava nemmeno più a controllare.
Fino a ieri, quando con la coda degli occhi ha visto che era aperto. Anzi, non aperto. Proprio spalancato.
Come un invito, un richiamo, un sussurro.
Il ragazzo a quel punto parcheggia la vespa e si toglie il casco.
Attraversa la strada con decisione, punta l’obiettivo e entra nell’androne.
Un mosaico di mattonelle azzurre sul pavimento, muri color crema, qualche decorazione liberty in stucco bianco. Davanti a lui, un antico ascensore in legno con catene e cavi imburrati di grasso e olio.
Il ragazzo comincia a salire le scale, gradini in marmo, a  due a due. Su ogni pianerottolo, nota due porte in legno e prosegue. Sale fino ad arrivare al piano che cerca: è il quarto, l’unico pianerottolo con una porta sola.
Le due maniglie in ottone sono unite da una pesante catena ricoperta di gomma rossa e sigillata da un grosso lucchetto.
Il ragazzo guarda il campanello e vede  che c’è ancora la targhetta: Balla.
Era proprio quella la casa che cercava, l’abitazione dove Giacomo Balla, artista, pittore, futurista trascorse gran parte della sua vita. Continua a leggere


What a Wonderful World

A lui piaceva vederla così. WWW, l’acronimo che apriva tutti gli indirizzi internet,  stava per “What a Wonderful World” e ogni volta che digitava sulla tastiera quelle 3 doppie vù gli sembrava di sentire in sottofondo la voce roca di Louis Armstrong.
Ed era davvero un mondo meraviglioso quello che si apriva sotto i suoi occhi.
Un universo vastissimo, anche se lui ormai si rintanava sempre nel suo cantuccio preferito.
Passava le ore solo su Facebook, tanto tutto confluiva lì, tanto lì potevi esprimere al meglio le tue opinioni e le tue emozioni. Anzi lui non si esprimeva nemmeno più. Si limitava
a scegliere le opinioni degli altri, i suoi cosiddetti amici, le loro storie, i loro racconti, le loro denunce sul malfunzionamento del sistema.
I tasti, i tasti erano al centro del suo mondo. Tanti anni prima era solo il semplice “mi piace”. Sembrava preistoria.
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Mister Rivolta

Lesse le ultime notizie sul suo ipad e decise che il momento era arrivato. Doveva far qualcosa. Più per sé che per il paese nel quale viveva.
Rilesse con attenzione quanto accaduto nelle ultime 24 ore:
nella grande e moderna regione del Nord, un assessore era stato arrestato per aver comprato voti dalla ‘Ndrangheta; nell’altra grande regione, quella della Capitale, il capogruppo di un partito che faceva dell’Onestà e della Legalità la sua bandiera era stato scoperto a intascarsi 700 mila euro pubblici; una grande città del Sud era stata commissariata perché governata dalla mafia.
Erano ormai mesi che andava avanti così, il paese si stava disfacendo sotto i suoi occhi. Sì, il momento era proprio arrivato.
Sarebbe stato lui la scintilla, l’innesco, il piccolo smottamento prima della valanga che tutto travolge. Avrebbe urlato “Che l’inse?” “La comincio?” come Balilla, tre secoli dopo. Continua a leggere


Antiracket Football Club

Il vecchio e grande murales di Maradona resiste ancora ai piedi di una palazzina nel centro di Quarto. E in questo sobborgo della zona Flegrea di Napoli è venuto addirittura a giocare il figlio del Pibe de Oro: Diego Armando Junior. Stesso sangue, piedi leggermente diversi.
Il piccolo Maradona ha militato nella squadra locale fino a due anni fa, tra il campionato di Promozione e quello di Eccellenza.
Proprio gli anni in cui il Quarto era una squadra di Gomorra.
Il Clan Polverino aveva comprato la società sportiva e nel piccolo stadio della cittadina flegrea gli amici degli amici si radunavano a guardare la partita e a parlare di calcio e affari sporchi.
“Il pallone da queste parti crea un consenso molto solido” mi spiega il magistrato antimafia Antonello Ardituro. E’ l’uomo che ha cambiato le regole del gioco in queste terre. Continua a leggere