Archivi categoria: Visioni/Miraggi/Racconti

Come noce moscata

Aveva sempre pensato che la noce moscata si chiamasse così in onore di quella misteriosa città. E si era sempre sbagliato. Muscat aspettava la notte con la tranquillita’ di chi sa che il giorno dopo sarà una giornata ancor più luminosa.muscat
Nel piccolo locale con i tavoli di legno e gli uomini in tunica bianca, si serviva solo hareis ma owaal.
Gli piaceva quel miscuglio di grano cotto a vapore, peperoncino, lime, cipolle e squalo essicato.
Giù al suq, nel pomeriggio, aveva visto intere ceste con la carne del pescecane riarsa dal sole, in mezzo a sacche di juta rigonfie: cardamomo, zafferano, curcuma, summacco e noci moscate.
L’Oman era il regno delle spezie. Ma la noce moscata non c’entrava davvero nulla. Muscat vuol dire ancoraggio. E qui, su quei moli di pietra ocra davanti al suo tavolino, da secoli attraccavano portoghesi, indiani, persiani, yemeniti, somali.
Si sarebbe imbarcato anche lui, al mattino seguente, ancor prima dell’alba.

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La battaglia delle formiche

Il padre lanciò lo sguardo oltre il grande tiglio in fiore e vide suo figlio accovacciato in un angolo del cortile. Stava armeggiando con qualcosa. Il ragazzo si rialzò, si guardò attorno, si spostò vicino a un cespuglio e si accovacciò nuovamente.formiche
Tra le gambe e le mani teneva una scatola da scarpe color amaranto.
L’aprì e osservò il cartone vuoto. Girò il coperchio e rimase quasi ipnotizzato dalle centinaia di formiche rosse che continuavano a succhiare le strisciate di miele che aveva lasciato col cucchiaino.
Scrollò il cartone vicino al cespuglio.
Qualche formica rimase aggrappata con due zampe,  altre ignoravano la gravità e seguivano a mangiare  miele, altre precipitarono subito a terra, scosse dai gesti del ragazzino.
Pian piano furono tutte  a terra. Stordite, ribaltate, sparpagliate. Una formica rossa cominciò a muoversi velocemente a scatti e andò verso il cespuglio, lasciando le sue compagne a riprendersi.
Era quello il momento che il ragazzo aspettava. Continua a leggere


What a Wonderful World

A lui piaceva vederla così. WWW, l’acronimo che apriva tutti gli indirizzi internet,  stava per “What a Wonderful World” e ogni volta che digitava sulla tastiera quelle 3 doppie vù gli sembrava di sentire in sottofondo la voce roca di Louis Armstrong.
Ed era davvero un mondo meraviglioso quello che si apriva sotto i suoi occhi.
Un universo vastissimo, anche se lui ormai si rintanava sempre nel suo cantuccio preferito.
Passava le ore solo su Facebook, tanto tutto confluiva lì, tanto lì potevi esprimere al meglio le tue opinioni e le tue emozioni. Anzi lui non si esprimeva nemmeno più. Si limitava
a scegliere le opinioni degli altri, i suoi cosiddetti amici, le loro storie, i loro racconti, le loro denunce sul malfunzionamento del sistema.
I tasti, i tasti erano al centro del suo mondo. Tanti anni prima era solo il semplice “mi piace”. Sembrava preistoria.
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Mister Rivolta

Lesse le ultime notizie sul suo ipad e decise che il momento era arrivato. Doveva far qualcosa. Più per sé che per il paese nel quale viveva.
Rilesse con attenzione quanto accaduto nelle ultime 24 ore:
nella grande e moderna regione del Nord, un assessore era stato arrestato per aver comprato voti dalla ‘Ndrangheta; nell’altra grande regione, quella della Capitale, il capogruppo di un partito che faceva dell’Onestà e della Legalità la sua bandiera era stato scoperto a intascarsi 700 mila euro pubblici; una grande città del Sud era stata commissariata perché governata dalla mafia.
Erano ormai mesi che andava avanti così, il paese si stava disfacendo sotto i suoi occhi. Sì, il momento era proprio arrivato.
Sarebbe stato lui la scintilla, l’innesco, il piccolo smottamento prima della valanga che tutto travolge. Avrebbe urlato “Che l’inse?” “La comincio?” come Balilla, tre secoli dopo. Continua a leggere


Il bimbo che parlava strano

I suoi genitori aspettavano la prima parola con ansia. E quando il bimbo disse “Anna”, nessuno si stupì più di tanto.
Dopotutto sua mamma si chiamava così.
Ma la seconda parola tardava ad arrivare.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi e il bimbo non diceva niente.
Solo “Anna”, ogni tanto.
Vivevano in un appartamento al pian terreno di Ateleta, in provincia dell’Aquila.
Il loro primo figlio cresceva, sorrideva, mangiava, dormiva, emetteva suoni ma parole, parole vere, quelle proprio no.
Il secondo vocabolo che pronunciò al quindicesimo mese di vita fu “Radar”. Qualcuno cominciò a preoccuparsi ma il padre spiegò che dopotutto lui lavorava nella sala di controllo dell’aeroporto e che quindi, beh, sì, era strano ma ci poteva anche stare.
Il bambino poi era sano, si vedeva a vista, non bisogna stare in ansia, anche se effettivamente questa cosa delle parole era un’anomalia bella grossa.
La reazione della sua famiglia cambiò decisamente quando la prima frase intera di quel bimbo così grazioso e così strano fu: “ai clacson nonno scalcia”.
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Gibuti, il mistero di un cargo

La cosa che non dimenticherò mai è questa polvere dappertutto. Ti si appiccica addosso e si impiastra col sudore. Fa caldo, a Gibuti. E c’è polvere ovunque. Non capisci se arriva dal deserto arabico, se soffia da una spiaggia sul Mar Rosso o se viene dal cantiere del nuovo e scintillante grattacielo.
Ma non basterà una doccia per mandarla via. Come non basta il ventilatore di questo locale per darmi sollievo. Come non bastano gli occhiali da sole per attutire il bagliore del sole e i suoi riflessi.
Il bar è in un edificio coloniale, vicino al porto. Appese ai muri, reti da pesca e stelle marine giganti.
Guardo fuori dalla vetrata: nei pochi angoli all’ombra del vicolo su cui affaccia il bar ci sono gruppi di uomini accucciati a terra. Hanno le guance gonfie. Masticano qat in continuazione. E’ una pianta diffusa tra lo Yemen e la Somalia. le sue foglie sono ricche di catinone, un alcaloide che rilassa e dà euforia.
Se guardi negli occhi le persone, capisci che qui masticano tutti.

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La donna senza risposte

La Corniche era la sua casa. Avanti e indietro, avanti e  indietro, alla ricerca di un braccio teso, di un cliente, di una destinazione. 
Faceva il tassista a Beirut da prima della guerra civile.
Faceva il tassista su quel lungomare da sempre.
Quella mattina, il braccio teso tra le palme era inconfondibilmente
quello di una donna.
Salì a bordo con il suo caschetto nero, gli occhi verdi, le sopracciglia come le ali di un gabbiano.
Disse solo “Armanzi” e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Il tassista cominciò a muoversi nel traffico verso quella via centrale, scrutando la donna nello specchietto retrovisore.
“Bella giornata, oggi, eh?”. Provò a spezzare il ritmo del silenzio ma la donna non rispose. Notò che un ciondolo a forma di gatto ornava il suo collo. Argento e smeraldo. Continua a leggere