Et des Palmes

Ci ho trascorso parecchie notti. Ogni corridoio, ogni stanza, ogni arredo trasudavano storia e leggende.grandhotelsdespalmes
I muri sembravano parlare e raccontare di summit mafiosi, di jazzisti maledetti, di presidenti, regine e premi nobel,di accademici, spie e attori. E’ una brutta notizia,la chiusura del Grand Hotel Et Des Palmes.
E qualcuno un giorno, proprio lì dentro, mi raccontò la storia di un boss che la Cupola mise al confino in una delle sue lussose stanze. Ne nacque un racconto. Questo.
 
La 512

Le porte sono tutte uguali, certo. Ma dentro, le stanze d’albergo sono una diversa dall’altra. Prendono la forma di chi ci vive per un po’, le ore o i giorni. Katia lo sa bene. Perchè dentro quelle camere  lei consuma la sua vita. Ogni giorno, le tocca il quinto piano del San Babila Luxury Hotel. Dalla 501 alla 540. Trentanove stanze in apparenza tutte uguali.

Katia entra, si guarda intorno, sistema il carrello con asciugamani, saponette, bagno schiuma, shampo, cioccolatini, caramelle, matite e poi comincia.

Spazza, aspira, strofina, lucida, sistema, cambia, rimbocca, riordina. Katia cancellla le tracce di chi ha vissuto nella stanza e la rende come nuova. Lei è la ragazza delle pulizie, al quinto piano del San Babila Luxury Hotel.

Ormai sono sei mesi che lavora al quinto piano, dopo anni passati al servizio dell’albergo. E da sei mesi ha capito che la 512 è molto diversa dalle altre camere. Lo ha capito da subito. Da quando il direttore l’ha convocata nella suo ufficio.

“Da oggi cominci a lavorare al quinto piano” aveva annunciato il direttore, come se si trattasse di una promozione a costo zero per l’hotel “inutile che ti dica che è l’ultimo, il più alto, quello a cui teniamo di più.  Devi essere, ma siamo sicuri che lo sarai, impeccabile. Trentanove stanze sotto la tua diretta responsabilità. Non vogliamo lamentele da parte dei nostri clienti”

Poi le aveva messo in mano due chiavi:  il passpartout e la 512.

“Il passpartout funziona per tutte le stanze, come al solito. Ma nella 512 puoi entrare solo con la chiave numerata e solo alle nove in punto del mattino. Alle nove e trenta, la camera deve essere sistemata. Esci, chiudi la porta, riconsegni la chiave in direzione e passi alla 513. Chiaro?”

Era chiaro ma era strano. 

E così, da sei mesi, Katia, alle nove si ritrova davanti alla porta rosso vermiglio con la maniglia e i tre numeri dorati: 512. Infila la chiave e entra.

La stanza è sempre in ordine. Persino il letto è rifatto. Rifatto da un uomo, si intende. Tirato, più che altro. Lei ci rimette le mani, lo disfa,  stende bene le lenzuola con metodo e decisione. Le rimbocca sotto il materasso. Poi sbatte i cuscini e tira la coperta. Mette un cioccolatino sul comodino,  tra il telefono e la Bibbia, vicino alla matita e al piccolo bloc notes con il marchio dell’hotel.

Usa un po’ l’aspirapolvere e poi passa all’armadio. Appesi alle grucce: qualche cravatta e abiti da uomo di buona fattura, un gessato, un completo grigio, uno blu. Nei cassetti: camicie, slip e calze.

Tutto fin troppo in ordine. Sembra quasi che l’uomo della stanza passi il suo tempo a mettere a posto. In bagno: un beauty case, un pennello da barba, la schiuma e un vecchio rasoio.

Un particolare ha colpito Katia fin dal primo giorno: nella camera non c’è una valigia, uno zaino, un borsone. E’ come se l’uomo che la abita non abbia previsto un viaggio ma solo una permanenza. E infatti, da sei mesi, la 512 è abitata dalla stessa persona. Non cambiano mai i vestiti nell’armadio o il beauty in bagno. L’unico oggetto che Katia ha la certezza che venga usato è la Bibba. Ogni giorno la trova spostata. A volte sul letto, altre sul comodino, una mattina persino sul pavimento.

Un giorno la ragazza delle pulizie la sfoglia e nota una sottolineatura:

“Faro’ su di loro terribili vendette, castighi furiosi, e sapranno che io sono il signore, quando eseguirò su di loro la vendetta”. Ezechiele 25:17.

Katia guarda fuori dalla finestra 512  e nota che Milano sembra più grigia del solito. Si tira la porta alle spalle, consegna la chiave in direzione e passa alla 513.

La mattina dopo, Katia è di nuovo davanti alla porta rossa con maniglia e numeri dorati. Aspetta le nove in punto e entra. Come prima cosa prende la Bibbia e va in cerca di altri segni tracciati a matita.

“A me la vendetta e la retribuzione, quando il loro piede vacillerà. Poichè il giorno della sventura è vicino e ciò che li aspetta non tarderà”. Deuteronomio 32:35

L’uomo della stanza è un uomo in cerca di vendetta. Chiude il libro e si mette a riordinare la stanza. Nell’armadio nota la piccola cassaforte grigia con combinazione, in dotazione a tutte le stanze. E’ chiusa. Le manopole con i numeri girano a vuoto. Forse lì dentro ci sono le risposte alle domande che Katia si fa. Ma ormai sono quasi le 9.30. Tira un po’ via le pulizie nel bagno e si affretta ad uscire dalla camera. Tanto il giorno dopo sarà di nuovo lì dentro.

La mattina del suo terz’ultimo giorno, Katia incontra le altre ragazze a colazione. Caffè in bicchieri di carta  e cornetto per Marta, Gloria, Angelica e Luana: le donne delle pulizie al San Babila Luxury Hotel.

Katia la butta subito lì: “Ma secondo voi, quando Chiara ha mollato il lavoro, l’ha fatto per colpa della 512?”

La risposta è quasi un coro, non si capisce chi scagli quella frase: “Se non ce lo sai dire tu…..noi che ne sappiamo di quella stanza?! Sei tu quella del quinto…..”

Katia si rintana come l’antenna di una lumaca quando viene sfiorata. Si abbottona la divisa rosa, saluta e schiaccia il bottone 5 dell’ascensore. Sono le 8.54, si avvicina alla porta della 512 e la sfiora con le nocche. Dentro non c’è nessuno, infila la chiave nella toppa e entra.

La scena che si trova davanti la sorprende. Nulla è al posto giusto. Le lenzuola sono in terra, la Bibbia gettata sul cuscino, il telefono sul pavimento, un abito da uomo abbandonato su una sedia, il cioccolatino ancora incartato. Le ante dell’armadio aperte come due braccia spalancate. E dentro l’armadio, Katia vede un’altra porta socchiusa e invitante. Quella della piccola cassaforte. La ragazza si avvicina e raccoglie l’astuccio di tessuto bordeaux all’interno. Lo adagia sul letto e scioglie il nodo che lo tiene stretto. Rimane come stregata dallo spillone d’argento con la capocchia di madreperla e dal vecchio coltello a serramanico. Sulla punta di entrambi, ci sono alcune macchie scure. Sembra sangue rappreso.

La mattina del suo penultimo giorno, Katia è stravolta dalla notte insonne. Troppi pensieri, paure, immagini, suggestioni, fantasie. Non riesce a non pensare alla 512 e al suo abitante. Ora vuole solo scoprire tutto. E’ troppo curiosa. Si prepara in fretta, prende la metro e arriva al lavoro.E’ quasi delusa quando ritrova la 512 come tutti gli altri giorni. Ordinata, perfetta, armadio e cassaforte chiusi, tutto a posto. Persino la Bibbia è al suo posto, sul comodino. Katia la sfoglia distrattamente e nota una nuova sottolineatura. La solita matita calcata sotto una sete di vendetta:

“Poi Samuele disse a  Saul: ” Ora va, colpisci Amalek e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene, senza avere alcuna pietà di lui. Uccidi uomini e donne, fanciulli e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini”. Samuele 1:15

La mattina del 5 dicembre, Katia ancora non sa che quello sarà il suo ultimo giorno. Entra nella 512, la trova come al solito e si mette a fare le pulizie. Afferra il materasso e lo solleva. Appoggiato alla rete del letto trova un vecchio numero del L’Espresso “Ndrangheta, le mani su Milano”. Lo sfila, riposiziona il materasso e comincia a sfogliare la rivista. La mano che ha sottolineato la Bibbia si è accanita anche su quelle pagine. In particolare su un paragrafo.

“A riprova del fatto che Milano è ormai la capitale dell’Ndrangheta, ci sono le dichiarazioni di Rosario Fallea. Il collaboratore di giustizia, considerato dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia il più affidabile tra i pentiti, ha sempre sostenuto che Mimmo Macrì, il potente capo società della cosca di Rosarno, non sarebbe stato vittima della lupara bianca ma sarebbe ancora vivo. E si troverebbe a Milano. Macrì vive confinato in un grande albergo meneghino, la cui proprietà sarebbe riconducibile alla famiglia rivale degli Oppedisano. L’ordine di confino sarebbe partito da Antonio Oppedisano in persona, il latitante più ricercato d’Italia. La ‘ndrina degli Oppedisano ha scelto questa soluzione per decretare la propria supremazia: eliminare il boss avversario ma senza macchiarsi del suo sangue, in segno di rispetto. A Mimmo Macrì sarebbe stato concesso di portare con sè una Bibbia, lo spillone con cui per decenni la sua famiglia ha iniziato i nuovi ‘ndranghetisti e il coltello con cui avrebbe commesso il suo primo omicidio d’onore, nel lontano 1957”.

Katia ha letto abbastanza. Sono quasi le 9.29. Sistema la vecchia copia del settimanale sotto il materasso, si chiude la porta della 512 alle spalle, percorre il corridoio, prende l’ascensore e entra negli uffici della direzione del San Babila Luxury Hotel. Consegna la chiave 512 e dà le dimissioni.

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