La musica è iniziata

Ricevo e volentieri pubblico questo McMM (Manifesto contro la modernità musicale). Considerate che l’autore, oltre ad essere un mio grande amico, è un nostalgico frequentatore di negozi di dischi.

Mai avuto la sensazione di essere raggirati?, così John Lydon/Johnny il Marcio, sul palcoscenico, una versione del Gobbo di Notre Dame riscritta da Dickens e allevata da Iggy Pop, durante l’ultimo concerto dei Sex Pistols.
Già: Mai avuto la sensazione di essere stati raggirati?vinili
Beh, la risposta naturale è:
no, mai.
Per il semplice motivo che una volta che la sensazione arriva, se arriva, il raggiro è compiuto. E la sensazione è necessariamente in ritardo. Chi acquista acqua di fonte credendo sia il rimedio a tutti i mali se ne accorge al primo sorso o, più facilmente, quando i mali rifiutano di andare via, qualche giorno dopo la supposta bevuta salvifica. E a quel punto, il prezzo è già pagato.
Ascoltare musica, per usare una frase da romanzo di Moccia, è come respirare: capita a tutti, punto e basta.
Ognuno poi ci fa quello che vuole, con l’ascoltare musica. Come col respiro: ci puoi semplicemente attraversare la vita, finché dura, o diventare campione del mondo di immersione in apnea.
Un modo banale di ascoltare musica è (era) comprare dei dischi. E poi metterli in ordine su scaffali/librerie/scatole da scarpe. E ascoltarli ma anche magari guardarli, leggere i libretti, giocare a riconoscere le costine da lontano.
S’inizia (iniziava) per caso, si finisce (finiva) sepolti dalla plastica: vittime di un consumismo che si presume nobile perché in qualche modo, culturale.
L’inizio è un disco, la fine un sacco di dischi: semplice, spietata matematica.
Il blues è un genere musicale facilefacile da stilizzare o dare per scontato: 12 battute, la musica dei neri poi scippata dai bianchi, la mia ragazza mi ha mollato (o ucciso), il whiskey di contrabbando, Robert Johnson che incontra il Diavolo all’incrocio, proprio come in Fratello dove sei? dei Coen.
Basta una raccolta, magari allegata a la Repubblica, e festa finita.
Nell’ autunno del proprio percorso musicale, capita a volte che un genere riveli la sua forza di colpo.
A me è successo col blues. È stato il disastro.
Ho scoperto che dentro la scatola (vecchia e polverosa) del blues stava un’infinità di sfumature, di rimandi, di radici, soprattutto, da riempire centimila orecchie, altro che raccolta di Repubblica. E allora via: a studiare, comprare, provare, chiedere, tracciare righe sul proprio personale atlante di suoni.
Chester Burnett, noto come Howlin’ Wolf, è l’ossessione del momento. Selvatico, elettrico, maleducato, lupesco. Ascoltate la minaccia di Tail Dragger, o l’ululato di Smokestack Lightning.
Comunque, lunga storia breve: il blues inciso spesso si sente male (gli anni d’oro vanno dal 1930 al 1960 e la discografia di riferimento è infarcita di pacchi) e la recente ristampa-mania ha restaurato moltissime perle impolverate dal tempo.
Quanto a Wolf, l’etichetta Hip-O Select ha pubblicato nel 2011 un cofanetto (4 CD) con tutte le incisioni per la Chess Records.
L’ho avuto in mano una volta in un mega store: costava un fracco, io di Wolf avevo una raccolta 4euro99 e ho pensato Seee figurati se spendo questi soldi per un blues man occhei bravo ma che cosa me ne faccio di 100 canzoni e rotte molte ripetute in varie versioni? Sono passato avanti.
Da una quindicina di giorni ucciderei (qualcuno di cattivo, s’intende) per quel cofanetto, per ogni micragnosa versione alternativa incisa a Chicago nel 1959. Bene. È fuori stampa, andato per sempre, a rallegrare compratori più avveduti. Miserie private a parte, portate pazienza, siamo alla fine.
Ieri ho ascoltato tutto il cofanetto di Howlin’ Wolf in metropolitana, tornando dal lavoro, saltando come una pallina da flipper ubriaca tra un pezzo e l’altro. Alla stazione di S. Agostino, salendo le scale, mi aspettavo di trovare un juke joint fumoso e paludoso, sulle sponde del Mississippi, invece del centro dimagrimento rapido nel sottoscala del palazzo di fronte (con foto di ex ciccioni a tappezzare i vetri).
Il cofanetto sta miracolosamente nel mio telefono, al posto che su uno scaffale/libreria/scatola da scarpe.
Ce lo ha portato Spotify, che è tutta la musica del mondo pronta e cucinata a 9.99 al mese, basta scaricare la app. Una cosa facile e per tutti: in Italia è legale da questo febbraio, in coincidenza con Sanremo, per dire quanto è carbonara. Finora ho letto e chiacchierato della morte della musica, della morte del supporto, dei nativi digitali, del Io i dischi li scarico.
Sono sempre andato per la mia strada.
Da ieri so come si è sentito un triceratopo, o un rullino fotografico, per fare un esempio più recente, in quell’ ultimo istante di gloria.
Ho fissato le pareti di dischi che tante liti hanno portato in casa.
Ho dato uno sguardo fugace al display del mio telefono.
Ho pensato a Howlin’ Wolf.
E ho visto me e altri come me, nell’ultimo giorno, a leggere micro libretti di CD o a spolverare vinili (con l’apposita spazzola) mentre, fuori, la guerra è finita da decenni. Ed è iniziata una musica nuova.
Avvisare prima non sarebbe servito a nulla. In ogni caso, nessun rimpianto. Marco Sideri.

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