Archivi del mese: gennaio 2013

Piccoli indizi senza importanza

Sono quasi due giorni che non riesco a pensare ad altro. Precisamente da quando mi hanno chiamato e dato le coordinate di quella storia.foto (17) Centro città. Sottopassaggio. Incendio.
Due corpi carbonizzati.
Dentro al tunnel è tutto nero. L’odore è forte, troppo, viene da respirare con la bocca per non sentire.
Il fuoco è stato talmente  intenso qui dentro che i rivestimenti in pietra del soffitto si sono staccati e sono crollati.
In terra restano solo gli scheletri anneriti delle reti da materasso sul quale dormivano due persone.
Come nei film e come nei romanzi gialli, il Commissario indossa un impermeabile beige e dispensa certezze.
La Polizia non ha dubbi.
“Erano due somali, abbiamo trovato i documenti. Dormivano nel sottopassaggio e per scaldarsi hanno acceso un fuoco. Le fiamme si sono mangiate prima i cartoni, poi le coperte e infine i materassi sui quali dormivano. Tutta roba sintetica, ci vuole un attimo. Un incidente, un terribile incidente”.
Poi però succede qualcosa e il mistero prende forma.
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Senza Corona

Quando mi alzo per andare in bagno non posso far altro che fermarmi davanti alla fila 28, l’ultima. I due agenti dell’Interpol guardano e smorfiano come per dire “Eh, dai, torna al tuo posto”.foto (16)
Vicino a loro, Fabrizio Corona e i suoi tatuaggi fissano il blu, fuori dal finestrino.
“Mi scappa sul serio, non sto provando a fare il furbo”, dico.
E’ a quel punto che Corona si gira verso il corridoio.
In questa ennesima piroetta del suo look assomiglia vagamente a Johnny Depp.
“Giornalista?” chiede.
Non ha più le manette ai polsi e indossa una maglietta con il ritratto di un indiano.
Non può essere un caso, per uno così attento al look.
Lui è quell’indiano: l’uomo solo contro il sistema, il coraggioso con arco e frecce opposto ai fucili e alla polvere da sparo, il ribelle sognatore che non segue la strada segnata della ferrovia ma lo scarto del bisonte, lo sconfitto che indica la via alle generazioni future. No, quella maglietta non l’ha scelta a caso.
“Si”, rispondo.
“Di che cosa?”. Col dito faccio segno uno, come Tg1, come il primo canale.
“Ti posso fare una domanda?”, mi chiede. I due dell’Interpol sbuffano e mi fanno cenno di andare, ma il bagno è ancora occupato.
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SuperSocialMarket

Cinque teste, un passeggino e un carrello del supermercato. Il logo è semplice, diretto, quasi banale. Ottenerla è stato facile, è bastato presentare un documento e un’autocertificazione.codiceabarre
Ora che ce l’ho tra le dita, davanti alla cassa fai da te e alla pistola per leggere i codici a barre, capisco come funziona questa nuova, ennesima, tessera che intaserà il mio portafoglio.
D’ora in poi, quando farò la spesa, mi verrà scontata l’IVA sui prodotti freschi.
Pochi spiccioli, ma pur sempre spiccioli.
“In un anno difficile per le famiglie, abbiamo deciso di sostenere i consumi etc etc etc”  c’è scritto sul manifesto. L’iniziativa è una gentile offerta della catena di supermercati Carrefour per quelli come me, quelli che hanno almeno tre figli.
Sarà che sono francesi, questi del Carrefour.
In Francia però non ci pensano i supermercati alle famiglie numerose ma lo Stato.
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La battaglia delle formiche

Il padre lanciò lo sguardo oltre il grande tiglio in fiore e vide suo figlio accovacciato in un angolo del cortile. Stava armeggiando con qualcosa. Il ragazzo si rialzò, si guardò attorno, si spostò vicino a un cespuglio e si accovacciò nuovamente.formiche
Tra le gambe e le mani teneva una scatola da scarpe color amaranto.
L’aprì e osservò il cartone vuoto. Girò il coperchio e rimase quasi ipnotizzato dalle centinaia di formiche rosse che continuavano a succhiare le strisciate di miele che aveva lasciato col cucchiaino.
Scrollò il cartone vicino al cespuglio.
Qualche formica rimase aggrappata con due zampe,  altre ignoravano la gravità e seguivano a mangiare  miele, altre precipitarono subito a terra, scosse dai gesti del ragazzino.
Pian piano furono tutte  a terra. Stordite, ribaltate, sparpagliate. Una formica rossa cominciò a muoversi velocemente a scatti e andò verso il cespuglio, lasciando le sue compagne a riprendersi.
Era quello il momento che il ragazzo aspettava. Continua a leggere


Nun propio ‘na serataccia

Li ho conosciuti in una notte di passaggio. Hanno l’allegria contagiosa delle persone libere e il passo pesante di un vecchio ubriacone. Suonano, cantano e fanno ballare con coppole e vecchi cappelli calcati sulla testa a mascherare quelle facce da semi-conosciuti, da quasi famosi.orchestraccia
Vengono dai set di Romanzo Criminale e dei Cesaroni, tra di loro c’è di tutto, dal blogger geniale e ironico al cantautore inizio anni ’90 che ha partecipato anche a Sanremo.
Si ritrovano tutti assieme in una strampalata terra di confine tra Nino Manfredi e Bob Marley, Gabriella Ferri e Manu Chao, Alberto Sordi e i Pogues, Pasolini e i Clash.
Cantano di prigioni e di accoltellamenti sul lungotevere, di periferie e borgate, di amori maledetti e inseguimenti sbirreschi, di cravattari e tradimenti. Per essere più credibili, si sono dati un’etichetta volutamente sbracata, riduttiva, dispregiativa.
Sono l’ Orchestraccia e fanno rivivere stornelli romaneschi e poesie di Trilussa o Petrolini su un tappeto reggae-ska-folk. Continua a leggere