La porta chiusa

Il ragazzo passava per quella strada quasi tutti i giorni. Via Oslavia era un’elegante arteria del quartiere di Roma Prati, puntellata di palazzi tardo ottocenteschi. E ogni volta che sfrecciava davanti al 39B con la sua vespa, gettava uno sguardo verso quel portone, inesorabilmente chiuso. Ormai quasi non si voltava nemmeno più a controllare.
Fino a ieri, quando con la coda degli occhi ha visto che era aperto. Anzi, non aperto. Proprio spalancato.
Come un invito, un richiamo, un sussurro.
Il ragazzo a quel punto parcheggia la vespa e si toglie il casco.
Attraversa la strada con decisione, punta l’obiettivo e entra nell’androne.
Un mosaico di mattonelle azzurre sul pavimento, muri color crema, qualche decorazione liberty in stucco bianco. Davanti a lui, un antico ascensore in legno con catene e cavi imburrati di grasso e olio.
Il ragazzo comincia a salire le scale, gradini in marmo, a  due a due. Su ogni pianerottolo, nota due porte in legno e prosegue. Sale fino ad arrivare al piano che cerca: è il quarto, l’unico pianerottolo con una porta sola.
Le due maniglie in ottone sono unite da una pesante catena ricoperta di gomma rossa e sigillata da un grosso lucchetto.
Il ragazzo guarda il campanello e vede  che c’è ancora la targhetta: Balla.
Era proprio quella la casa che cercava, l’abitazione dove Giacomo Balla, artista, pittore, futurista trascorse gran parte della sua vita.
Un appartamento che è uno scrigno di ricchezze, tesori e stramberie. Completamente affrescato dal pittore che disegnò e costruì anche tutto l’arredamento. Sedie, paralumi, cuscini, il letto, gli armadi.
Un’opera d’arte totale, lasciata nell’abbandono più completo.
L’appartamento, infatti, è chiuso per una disputa tra gli eredi del pittore futurista.
Nel 2009, l’allora assessore alla cultura del Comune di Roma Umberto Croppi promise solennemente l’apertura al pubblico “o quantomeno agli studiosi” di quel gioiello.
Il ragazzo sfiora, quasi accarezza la catena rossa e si incammina lungo le scale. facendo i gradini in discesa ad uno ad uno e riflettendo. Supera l’androne e si tira alle spalle il portone di Via Oslavia 39B.
In quel palazzo non c’era nulla da vedere, purtroppo.

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