Archivi del mese: giugno 2012

La prevalenza dell’ornitorinco

“Mi manca l’olnitolinco!” Quando ci ha chiesto l’ornitorinco, abbiamo capito che non si trattava più di una sana passione ma di una vera mania. La nostra casa è ormai uno zoo di animaletti in plastica dura che aumentano di giorno in giorno.
Riproduzioni prefette e fedelissime di grigni, musi e grugni.
Charles Darwin, per dire, a tre anni ne sapeva sicuramente meno di mio figlio.
Lui sa tutto. Conosce le differenze tra un formichiere, un facocero e un tapiro, formula domande e pretende spiegazioni. Non si accontenta più di favolette e mi obbliga ad un costante corso d’aggiornamento in “animali del globo”.
Ed è così che ho scoperto i misteri dell’ ornitorinco. Un animale che sembra un collage di specie diverse ed è l’unico, secondo alcuni scienziati, che potrebbe mandare in crisi la teoria evoluzionista, elaborata proprio da Darwin. Continua a leggere

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Nostra Signora dei ferrovieri

In una minuscola stazione di Roma, c’e’ un piccolo altarino. Una madonnina in vetrina, con una preghiera dedicata ai ferrovieri. E’ incisa coi caratteri del ventennio.
E tutto attorno sono fiori, acciaio e neon, rotaie, sassi anneriti e gallerie.
Quando giocavo con il trenino elettrico pensavo che solo quello fosse finito, chiuso, circolare. E che i treni, quelli veri, quelli dei grandi, potessero arrivare ovunque perché i binari erano cosi: paralleli e infiniti.
E allora se salivi su un treno in  Liguria potevi spingerti fino in fondo all’Africa o davanti al Giappone.
Da grande ho capito che le cose non stanno proprio così ma che con un treno puoi arrivare davvero lontano.
E allora laggiù, alla fine della galleria di questa piccola stazione romana riesci quasi a intravedere il binario 21 della Centrale di Milano e la torre faro che gli sta a fianco.
Duecento giorni fa, quattro ferrovieri sono saliti su quella torre per protestare contro il loro licenziamento e contro la soppressione dei treni notturni, i wagon lits.
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L’euro al ritmo del rebetiko

Prima che tutto finisca, è giusto che tutti sappiate.  Ogni banconota di euro  nasconde un segreto, un gioco, una magia. Osservatele bene, se ancora ne avete nel portafogli.
Provate a immaginare i  grafici che poco più di dieci anni fa la disegnarono, questa male/benedetta moneta unica.
Sono tutti attorno a un tavolo, bianco e lucidissimo. Qualcuno fuma, un altro mastica una gomma, una giochicchia con una penna.
Brainstorming e pastelli.
Il primo comincia  e dice:  “la mappa dell’Europa non possiamo non mettercela…”
Tutti annuiscono.
Il capo grafico aggiunge: “Non possiamo spaventare gli investitori, non dobbiamo trasmettere emozioni forti, uno li deve usare senza quasi accorgersene. E quindi come colori, per i tagli più piccoli, opterei per un grigiolino-verde spento, un rosè, un bluetto e un giallino arancio. Per quelli da 100, 200 e 500 ci pensiamo dopo, tanto ne stamperanno pochi”.
Tutti annuiscono di nuovo.
Un altro grafico propone: “Ma se disegnassimo ponti e finestre come segnale di unione e apertura?”.
Ancora cenni di assenso univoci.
E’ una riunione al limite del noioso, quella in cui viene disegnato l’Euro. Un grafico sbadiglia, una ragazza si stropiccia gli occhi, tutto scorre in modo molto prevedibile.
Poi il più giovane attorno al tavolo, un matematico, ha un guizzo e spiega a tutti la sua idea. Il numero della banconota, dice, sarà un’enigma da risolvere.
Sembrerà un numero di serie ma non lo sarà, perché non è un numero progressivo. E’ un vero gioco matematico.
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PIN PUM PAM!

La mia prima volta avevo 22 anni ed è stato facile. Dovevo scegliere e ho optato per una frase che mi suonava: tacabanda.
Era la prima password della mia prima mail. L’unica da ricordare, quindici anni fa, insieme al pin del bancomat, una banale sequenza di 5 numeri. Solo molti anni dopo la situazione si sarebbe incasinata sempre di più, irrimediabilmente.
Al bancomat, si è aggiunta la carta di credito, seguita poi da un conto corrente in comune con la mia compagna.
E i pin da ricordare sono diventati tre. Allora ho scritto tutto su un bigliettino che conservavo gelosamente nel portafogli.
Quando mi hanno spiegato che era un comportamento incauto, ho frantumato in mille pezzettini il foglietto e li ho ingoiati ad uno ad uno, come avevo visto fare in un film di spionaggio di serie zeta.
Sul fronte telematico, nel frattempo, ho aperto altre 4 caselle mail, inaugurato il blog, costruito un canale youtube. Password, codici e  pin che si sono affastellati, incastrati, aggiunti a quello per accendere il computer, alla tessera Millemiglia di Alitalia e quella CartaFreccia di Trenitalia, in un vorticoso intreccio numeral-consumistico senza fine. Continua a leggere


La bici dell’Enrico

Enrico Landoni da queste parti lo chiamano tutti allo stesso modo: l’Enrico. L’Enrico è un’istituzione a Legnano, paesone tra Milano e Varese, tutto villette basse, capannoni industriali e chiese.
Nessuno sa con precisione quanti anni abbia l’Enrico.
Chi dice 40, chi spara 50, chi azzarda addirittura un 60.
Fatto sta che questo ragazzo/uomo/anziano lo vedi sfrecciare per le strade in sella alla sua bicicletta. Sfrecciare forse è un po’ troppo, dà una mezza pedalata con la gamba destra, un’altra mezza con quella sinistra. Ma va, l’Enrico, eccome se va.
E anche bicicletta non è la parola adatta.
Il suo è piuttosto un grosso triciclo, con due ruote posteriori e un porta pacchi. L’unico mezzo col quale può muoversi, perché l’Enrico è tetraplegico e quella sghemba pedalata  è la sua vita.
Negli ultimi tre mesi, il triciclo dell’Enrico lo hanno rubato per ben due volte. Continua a leggere