Archivi del mese: maggio 2012

Tra assonanze e dissidenze

Non chiedetemi come facessero. Non lo so. So solo che li chiamavano con un nome impronunciabile e che la loro è una storia incredibile che mescola libertà di espressione, medicina, pirateria, politica e rock’n’roll.
Questa è la storia dei Roentgenizdat.
Negli anni ’50, il rock’n’roll esplode negli Stati Uniti e contagia l’Europa.
Un contagio che si ferma e va a sbattere contro la cortina di ferro.
In Unione Sovietica trovare i dischi è impossibile.
Mosca non permette il commercio di prodotti occidentali che possano corrompere i valori socialisti e il costo del vinile è proibitivo.
E così un gruppo di ragazzi ha l’idea che cambia la storia. Comincia a utilizzare radiografie in arrivo da cliniche ungheresi al posto del vinile e a ritagliarle come veri LP. Poi sulle immagini di teschi, costole, bacini vengono incisi i solchi e versata la musica di Little Richard, Elvis Presley, John Coltrane.
La qualità del suono è scadente e  il roentgenizdat (dalla fusione di roentgen, radiografia, e samizdat, autoproduzione) deperisce in tempi brevi. Continua a leggere

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Ojalà

Nel dizionario spagnolo esiste una parola magica: Ojalà.
Ojalà è un vocabolo molto difficile da tradurre. Viene dall’arabo Oh Allah e un po’ come Inshallah si spiega con “volesse il cielo che….”, “spero che….”, “desidero che….” “magari….”.
Ojalà è speranza, sogno, utopia quotidiana, fiducia nel futuro.
Ojalà è anche il nome dello yacht da 36 mila euro al mese, messo a disposizione di Roberto Formigoni dall’intermediario d’affari Pierangelo Daccò.
Su quella lussuosa barca il Presidente della Lombardia avrebbe trascorso liete e sicuramente indimenticabili vacanze.
Il cantautore cubano Silvio Rodriguez ha dedicato a una donna perduta e a questa parola una canzone stupefacente.
Versi che oggi possono essere letti anche in altro modo, osservando proprio il profilo di quel panfilo.

Ojalá se te acabé la mirada constante, 
la palabra precisa, la sonrisa perfecta. 
Ojalá pase algo que te borre de pronto: 
una luz cegadora, un disparo de nieve.

Ojalà che ti si spegnessero sul viso lo sguardo insistente,
la parola precisa, il sorriso perfetto.
Ojalà succeda qualcosa che ti cancelli all’improvviso:
una luce accecante, uno scoppio di neve.


Il volo invano

Indossava un tutone rosso, gli occhiali da secchione e un ciuffo che faceva tanto tedesco anni ’80.
Sono passati esattamente 25 anni da quel 28 maggio 1987 quando Mathias Rust atterrò sulla Piazza Rossa a Mosca con un piccolo aereo da turismo.
C’era ancora il Muro di Berlino: di là non si poteva andare, di qua non si poteva venire.
Non so voi, ma il suo volo mi fece sognare.
Avevo 12 anni e leggevo ogni articolo su quel ragazzo poco più grande di me che doveva aver divorato Saint-Exupery e Salgari, mescolato romanzi di spie e manuali di aviazione, ascoltato John Lennon e Bob Marley.
Fatto sta che ha solo 50 ore di volo sulle spalle, Mathias, quando mette a punto il suo impossibile piano.
Noleggia un Cessna 172 a Uetersen, in Germania e vola fino all’Islanda, da qui in Norvegia e poi in Finlandia.
E’ il suo allenamento. Ore e ore di mare sotto la pancia del piccolo velivolo sono la prova di nervi più dura per un pilota.
Il 28 maggio 1987 decolla da Helsinki dichiarando come destinazione la Svezia ma appena in quota spegne la radio, vira a sud est e punta l’Estonia.
Compare sui radar sovietici alle 14.29. Non risponde ai segnali che gli lanciano da terra e lo classificano come velivolo ostile. Viene seguito da tre divisioni missilistiche antiaeree e agganciato da due mig. Nessuno però, inspiegabilmente, dà l’ordine di abbatterlo.
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L’odore della carta

Lo faccio sempre, l’ho fatto anche questa volta. Ho aperto il volume e c’ho ficcato dentro il naso(ne), aspirando forte. 
L’odore della carta appena stampata è fragrante e intenso, artigianale e industriale, fresco e stantio, bianco e nero.
Ti entra nel naso e ti emoziona. Soprattutto se, per la terza volta nella tua vita, solletica velleità.
Come cantano I Cani.
Credo sia per questo gesto da sniffatore che si usa l’espressione Aspirante Scrittore.
Il libro in questione è Lama e Trama 2012, antologia di racconti giallo-noir.
E quest’anno contiene anche un mio racconto: La 512.


La stella di Emilio

Segnatevi questo nome: Emilio Stella. Segnatevelo perché ne sentirete parlare. Emilio è un cantautore e diventerà qualcuno. Quando sale sul piccolo palco del locale di Testaccio, accorda la chitarra acustica, si guarda intorno e vede il vuoto.
Siamo in sedici.
Lui non si scompone e attacca a suonare.
Blues di periferia, reggae un po’ rivoltosi, rime facili e baciate, testi semplici e diretti, amore, sogni, utopia e lotta.
Perché dopotutto anche il cognome che si porta addosso è così: Stella.
Un po’ combat, un po’ romantico.
Il suo look non è da cantore sofisticato e raffinato. Jeans strappati, camicia aperta su una canottiera bianca e collana d’argento al collo. Nella penombra della sala, assomiglia vagamente a Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona.
Nulla di più distante da questo ragazzo con la chitarra in mano che viene dalle case popolari di Pomezia. Mischia Rino Gaetano a Bob Marley, ricorda Mannarino con qualche schizzo di Bennato,  scimmiotta De Andrè ma riesce a non farti pensare a un plagio. Continua a leggere


La pistola di Sergio

Ha detto che ha ammazzato due magistrati e gli ha fatto chinare il capo.
Ha detto che è stato 22 anni in galera.
Ha detto che oggi è uscito e lavora per il gruppo Abele.
Cosa doveva dire di più?
Ha spiegato che oggi c’è la crisi e negli anni 70 pure, c’era la crisi e raccontato che in una relazione del Viminale si indicava in Prima Linea un’avanguardia della stagione che viviamo oggi.
Che cosa doveva spiegare di più?
Sergio Segio ha premesso di aver letto la rivendicazione della FAI/FRI, ha detto “noi eravamo figli del ‘900, il mondo è cambiato”, ha fatto capire che dietro quel documento ci sono dei ragazzi e non dei vetero teorici, ha elogiato la figlia di Guido Rossa, ha spiegato che secondo lui è pericoloso militalizzare il territorio, ha fatto notare che Genova non è una città scelta a caso, sia per quello che ha rappresentato per gli anni 70 sia per quello che rappresenta per le nuove generazioni.
Il G8 come Piazza Fontana, la perdita dell’innocenza per molti giovani. Ascoltare Sergio Segio è stato utile.
Capire perché Lucia Annunziata lo ha invitato in trasmissione è facile.
Se non lo si vuol capire, si è in malafede.


Yellow Submarine

Per scoprire dove va il mondo, studia la migrazione dei cervelli.
Ricevo questa testimonianza da un amico, appena tornato da un’importante missione scientifica in mezzo all’Oceano a bordo di una nave.

Mezzanotte, mezzogiorno. Mezzanotte, mezzogiorno.
Tom lo chiama il “graveyard shift”, il turno del cimitero.
Piano piano, giorno dopo giorno, il contatto con il mondo civile si assottiglia. Devi dividere il poco spazio a disposizione con otto membri dell’equipaggio e altri sei scienziati provenienti da tutto il mondo.E sembra di essere ospiti della terza classe del Titanic, piuttosto che a bordo di una moderna nave oceanografica irlandese.
Liu Peng ha appena staccato dal turno notturno, giusto per scendere in sala comune e consumare velocemente il suo fish and chips, cucinato con tutti i crismi da Joey, il cuoco irlandese.
Dall’oblò, i riflessi abbaglianti delle onde colpiscono in pieno il volto di Liu Peng. Lo osservo da lontano. I suoi occhi a mandorla bruciano e sottili lacrime iniziano a scendere lentamente sulle sue guance. Continua a leggere