Il bimbo che parlava strano

I suoi genitori aspettavano la prima parola con ansia. E quando il bimbo disse “Anna”, nessuno si stupì più di tanto.
Dopotutto sua mamma si chiamava così.
Ma la seconda parola tardava ad arrivare.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi e il bimbo non diceva niente.
Solo “Anna”, ogni tanto.
Vivevano in un appartamento al pian terreno di Ateleta, in provincia dell’Aquila.
Il loro primo figlio cresceva, sorrideva, mangiava, dormiva, emetteva suoni ma parole, parole vere, quelle proprio no.
Il secondo vocabolo che pronunciò al quindicesimo mese di vita fu “Radar”. Qualcuno cominciò a preoccuparsi ma il padre spiegò che dopotutto lui lavorava nella sala di controllo dell’aeroporto e che quindi, beh, sì, era strano ma ci poteva anche stare.
Il bambino poi era sano, si vedeva a vista, non bisogna stare in ansia, anche se effettivamente questa cosa delle parole era un’anomalia bella grossa.
La reazione della sua famiglia cambiò decisamente quando la prima frase intera di quel bimbo così grazioso e così strano fu: “ai clacson nonno scalcia”.

Lo portarono da pediatri e  logopedisti. Nessuno sembrava capirci nulla. Anche perché nel frattempo il bambino aveva compiuto due anni e arricchito notevolmente il suo strambo vocabolario. Era un fiume di frasi piene di immaginazione e fantasia.
Usava frasi del tipo:  “I topi non avevano nipoti”.
Oppure per chiedere un bicchiere d’acqua diceva: “E la sete sale” e per far capire di avere fame: “Mangia:fai gnam!”.
Quando notava agitazione in casa consigliava: “Alla bisogna tango si balla”.
Decisero di portarlo in un centro specializzato al nord Italia  e lo misero sotto osservazione.
Il bimbo cominciò a stranirsi, voleva tornare a casa, all’asilo, a giocare nel parco.
Il suo linguaggio cominciò ad assumere sfumature più violente del tipo “Assalir i mici mi rilassa” e quando disse a sua nonna materna “O mordo tua nuora o aro un autodromo”, la madre scoppiò a piangere e firmò la liberatoria per fargli lasciare l’importante istituto di logopedia.
Tornarono a casa.
Il mistero del bimbo che parlava strano cominciò a diffondersi tra Abruzzo, Lazio e Toscana.
Si scatenò una sorta di turismo mistico. Pullman e comitive arrivavano nel piccolo paese per ascoltare le frasi del bambino. La madre lo faceva uscire di casa una volta al giorno e lo sollecitava. Dietro sentenze come “E poi Martina lavava l’anitra miope” o come “accavalla denari, tirane dalla vacca”, ognuno leggeva un messaggio diverso.
Chi un presagio, chi un augurio, chi una maledizione, chi una magia.
Finché un giorno, un’anziana sarta, giunta da Roma, non svelò l’enigma del bimbo.
Lo sentì dire “E’ capace Re se reca pace” , ci pensò un po’ su e poi disse a tutti: “questo bimbo parla solo con palindromi, sequenze di caratteri che lette al contrario rimangono identiche”.
La famiglia del bimbo guardò l’anziana donna, la madre le chiese: “E perché, secondo lei?”.
La donna strizzò gli occhi, accennò un sorriso e sibilò: “Forse non vuole essere frainteso. E e non è cosa da poco”.
Davanti alle loro bocche aperte, la donna si girò e salì sul pullman diretto in partenza per la capitale.
Il bambino le sorrise e disse solo: “A Roma trasalì la sarta mora”.

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