Archivi del mese: aprile 2012

Una pallottola in testa

Se l’è tenuta stretta per 94 interminabili anni là dove si era ficcata accidentalmente. 
Ormai era quasi un amuleto, un portafortuna,  la sua compagna di vita.
Gli aveva tolto la vista da un occhio, paralizzato metà del viso ma in un qualche modo amava quella pallottola.
A bullet in the head, quella era la sua storia, l’incredibile storia di William Lawlis Pace.
Aveva 9 anni quando il fratello gli sparò per sbaglio con un revolver calibro 22 del padre. Era il novembre del 1917.
I medici decisero di non intervenire per rimuovere il proiettile, troppi rischi e poche certezze. “Vivrà così, non sappiamo per quanto” dissero ai genitori in quel minuscolo ambulatorio di Turlock, in Texas.
E William Lawlis Pace visse così fino a due giorni fa dove è morto a 103 anni. Nel sonno.

Nel 2006 William Lawlis Pace è stato iscritto nel Guinness dei Primati sotto il record “uomo che ha vissuto per più tempo con una pallottola in testa”.
II suo primato si è fermato a 94 anni e mezzo. Anche nella redazione del Guinness sanno che difficilmente verrà mai battuto. 

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Il ragazzo del latte

La cosa più imbarazzante è stata sostenere lo sguardo dei colleghi i primi tempi, quando la frase “sono in allattamento” lasciava interdetti, portava ad altre domande, muoveva curiosità.
E allora dovevi spiegare quello che avevi scoperto nelle pieghe del terribile portale dell’INPS.
Tecnicamente si chiama “MOD.RIP/Padre dip., COD SR90”.
Sono i permessi giornalieri per il padre, lavoratore dipendente: due ore in testa o in coda al turno di lavoro.
Spettano in ipotesi da brivido, tragedie inenarrabili, sventure da knock out:
-madre del figlio morta
-madre del figlio gravemente inferma
-figlio abbandonato dalla madre
Il legislatore ha pensato bene di aggiungere, e non a caso, una quarta ipotesi:
-parto gemellare.
E così da buon padre di due gemelli (+1 primogenito), per tre mesi hai trascorso gran parte della mattinata a casa. Roba che nemmeno in Scandinavia.
Innumerevoli volte hai:
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Cricket and football club

Tifo per una squadra che non vince uno scudetto dal 1924.
La sua prima e ultima Coppa Italia è del 1936.
In tutta la mia vita, ho visto più stagioni passate in Serie B (21) che in Serie A (15).
Un anno la mia squadra l’ha giocato pure in C, ma quella è un’altra storia.
E’ una di quelle squadre i cui tifosi vivono più di ricordi e di nostalgia che di presente.
La mia squadra è un po’ come il Torino e il Bologna, una nobile decaduta.
Ci sono intere generazioni di tifosi che non l’hanno mai vista vincere nulla e mai la vedranno vincere qualcosa per chissà quanto tempo ancora.
Si alimenta il mito che soffrire sia glorioso, che un pareggio strappato, sudato e sfiancante sia meglio di una vittoria facile. E a perdere, dopotutto, ci si abitua.
Ora che sta cadendo per l’ennesima volta in Serie B, la curva offre uno spettacolo indegno e commovente al tempo stesso. Tiene in ostaggio i giocatori e gli ordina di levarsi la maglia.
La mia squadra è il Genoa Cricket and Football Club.
Col Football non gli va tanto bene. Col Cricket, un pochino meglio: quest’anno il Genoa Cricket 1893 è arrivato quarto in serie B ed è stato ammesso d’ufficio in Serie A.
Ma francamente, tutto questo non è di grande consolazione.


Via Lenin via

Cose che accadono a Roma.
Il 20 ottobre scorso c’è stato un brutto temporale, la disorganizzazione generale l’ha trasformato in alluvione.
A inizio febbraio, la città si è ritrovata sorpresa, intirizzita, paralizzata, da un manto nevoso di 30 centimetri.
La discarica di Malagrotta è ancora aperta.
E’ la più grande d’Europa, avrebbe dovuto chiudere nel 2007 ma non è ancora stata individuata una soluzione alternativa.
In città, lo scorso anno ci sono stati 33 omicidi, la maggior parte sono senza colpevole. Le gambizzazioni non si contano.
La capitale detiene il record per vittime in incidenti stradali in Italia.
Le strade sono assediate da cartelloni pubblicitari abusivi, una giungla di pali di alluminio.
Secondo un recente studio indipendente, per soddisfare pienamente la domanda di asili nido in città, bisognerebbe aumentare l’offerta del 67%.
Roma e’ la città i cui cittadini hanno un maggior impatto sull’ambiente in termini di emissioni di gas serra in Italia.
Su richiesta del Sindaco, Gianni Alemanno, la Commissione toponomastica del Comune sta valutando se avviare l’iter per cambiare nome a Largo Lenin e Via Lenin.
Cose che succedono a Roma.

Tappeto rotto

Lei è stata scelta, guidata, filmata da Woody Allen. E tu sei giustamente orgoglioso.
Accadeva quasi un anno fa. Era estate: il camerino come quello delle star con lo specchio gigantesco e le lampadine a fare da cornice, il copione spiegazzato con il nome scritto in trasparenza per evitare improvvide diffusioni,  e poi l’agitazione e l’ansia di chi è la prima volta.
Ora il film sta per uscire.
Cast stellare, per un racconto corale in quattro episodi: Roberto Benigni, Alec Baldwin, Penelope Cruz, lo stesso Woody che torna davanti alla cinepresa dopo parecchi anni, Ellen Page, Jesse Eisenberg, Riccardo Scamarcio, Ornella Muti, Antonio Albanese, mezzo Boris e un’altra manciata di attori e attrici inter e nazionali.
Tu te lo sentivi. Ti avrebbero invitato con lei alla prima mondiale all’Auditorium di Roma, sabato sera.
Tappeto rosso e flash dei fotografi, qualcuno oltre la transenna a dire: “Ma quei due chi c#zzo sono?”, tu a sorridere, sfilare, quasi magro nell’abito elegante, lei al tuo fianco, ancor più bella di quella prestata allo scintillante mondo del cinema. Poi un rinfresco, la felicità della primavisione, le mani intrecciate durante il cameo, e chissà magari una cena al tavolo con Woody e gli altri.
E infatti vi hanno invitato.
Ma non alla prima mondiale. No.
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Il bimbo che parlava strano

I suoi genitori aspettavano la prima parola con ansia. E quando il bimbo disse “Anna”, nessuno si stupì più di tanto.
Dopotutto sua mamma si chiamava così.
Ma la seconda parola tardava ad arrivare.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi e il bimbo non diceva niente.
Solo “Anna”, ogni tanto.
Vivevano in un appartamento al pian terreno di Ateleta, in provincia dell’Aquila.
Il loro primo figlio cresceva, sorrideva, mangiava, dormiva, emetteva suoni ma parole, parole vere, quelle proprio no.
Il secondo vocabolo che pronunciò al quindicesimo mese di vita fu “Radar”. Qualcuno cominciò a preoccuparsi ma il padre spiegò che dopotutto lui lavorava nella sala di controllo dell’aeroporto e che quindi, beh, sì, era strano ma ci poteva anche stare.
Il bambino poi era sano, si vedeva a vista, non bisogna stare in ansia, anche se effettivamente questa cosa delle parole era un’anomalia bella grossa.
La reazione della sua famiglia cambiò decisamente quando la prima frase intera di quel bimbo così grazioso e così strano fu: “ai clacson nonno scalcia”.
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