A vele spiega(zza)te

Il corso di vela che ho fatto a 7 anni non mi è servito a nulla.
Eppure ricordo ancora l’Optimist, quell’assurda barchetta fatta a vasca da bagno. L’emozione del primo mare aperto. Il tentativo di usare il timone come un remo per andare più veloce del vento. Quello che non riesco a ricordare sono i nodi.
Nodo di scotta, nodo savoia, nodo bandiera, gassa, scorsoio, doppino….nulla. Ora davanti a  queste corde, questi tiranti, queste funi mi ritrovo smarrito.
E’ troppo complicato.
Mi consolo al pensiero che nemmeno Soldini o Cino Ricci ce la farebbero. Un groviglio inestricabile da sciogliere sotto il sole che cuoce la pelle.
Non basterebbe, forse, nemmeno l’intero equipaggio di Azzurra per sciogliere questa matassa così ingarbugliata. E pensare che la mia navigazione, all’apparenza, era così semplice.

Ma bloccare con i tiranti una carrozzina gemellare al portapacchi dell’automobile famigliare è più complicato che issare uno spinnaker.
E fissare con le cinture di sicurezza due ovetti e un seggiolino sui sedili dell’auto richiede la pazienza di chi arma un veliero.
Ho un garage come porto di partenza. Via Leone XII è il mio mare. Il più grande parco cittadino, il mio approdo. Tre bambini piccoli, il mio equipaggio.
E alla fine tirare il freno a mano è un po’ come gettare l’ancora. Finalmente ci si può riposare.

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