Gibuti, il mistero di un cargo

La cosa che non dimenticherò mai è questa polvere dappertutto. Ti si appiccica addosso e si impiastra col sudore. Fa caldo, a Gibuti. E c’è polvere ovunque. Non capisci se arriva dal deserto arabico, se soffia da una spiaggia sul Mar Rosso o se viene dal cantiere del nuovo e scintillante grattacielo.
Ma non basterà una doccia per mandarla via. Come non basta il ventilatore di questo locale per darmi sollievo. Come non bastano gli occhiali da sole per attutire il bagliore del sole e i suoi riflessi.
Il bar è in un edificio coloniale, vicino al porto. Appese ai muri, reti da pesca e stelle marine giganti.
Guardo fuori dalla vetrata: nei pochi angoli all’ombra del vicolo su cui affaccia il bar ci sono gruppi di uomini accucciati a terra. Hanno le guance gonfie. Masticano qat in continuazione. E’ una pianta diffusa tra lo Yemen e la Somalia. le sue foglie sono ricche di catinone, un alcaloide che rilassa e dà euforia.
Se guardi negli occhi le persone, capisci che qui masticano tutti.

Ho ordinato una limonata con ghiaccio ma il cameriere mi porta un bicchiere di rhum.
Si siede al tavolo e comincia a bere con me. Dal vestito a tunica caccia fuori una manciata di perle rosa.
“Te le posso vendere, straniero. Portano fortuna e tu hai bisogno di fortuna” sogghigna o ride, non saprei dire.
“No, grazie. Sono qui per lavoro non per commercio”, gli rispondo tirato.
“Ma non puoi stare a Gibuti senza comprare nulla”.
Capisco che ha ragione quando mi rituffo per le viuzze del centro, stordito dal rhum.
Si avvicina un ragazzo di etnia issa avvolto in un turbante e mi mostra un kalashnikov e una bomba a mano.
Un altro giovane gli si affianca e mi propone una busta di qat e un coltello intarsiato di gemme.
Poco più avanti, davanti alla caserma della Legione straniera, si ferma un pick up sgangherato con a bordo un gruppo di uomini, indossano kefiah e tute mimetiche. Sembrano mujahidin. L’autista del mezzo mi dice: “Hai bisogno di una scorta armata?”. Tiro dritto.
Comincio a sentirmi inquieto mentre mi avviò verso il molo. Una ragazza dal viso oliva e dagli occhi di smeraldo mi invita nell’androne di un palazzo fatiscente. Tiro dritto.
Passo davanti alla vecchia prigione, dove ancora oggi vengono rinchiusi i pirati somali che incrociano in queste acque. Urlano da finestre chiuse e da grate arrugginite. Sento uno che mi grida in francese “Straniero, se ci tiri fuori di qui te ne saremo riconoscenti per sempre”. Tiro dritto.
Arrivo al molo e trovo il vecchio cargo già pieno di container. Mi sistemo la sacca sulla spalla e comincio a salire sulla scaletta.
Sospeso tra il molo e la fiancata della nave butto un occhio a prua e leggo le lettere arrugginite e mangiate dalla salsedine: I.N.V.I.D.I.A.
Poi è il traffico di Roma a svegliarmi.

Un amico e collega è arrivato a Gibuti questa mattina. Si imbarcherà su un mercantile italiano e poi farà rotta verso lo Sri Lanka.
Nove giorni di navigazione in mezzo all’Oceano indiano sulle tracce dei moderni pirati per realizzare un reportage.
Se vi va di seguirlo, il Gigante è il suo blog e @Fil_Go è il suo account su twitter.
Buon viaggio, Filippo.

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Informazioni su Marco Bariletti


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