La bocca del lupo

C’è un uomo che vaga per una città accompagnato solo da un paio di grossi baffi e da una faccia indimenticabile. Attraversa strade di pietra e pioggia, neon e sporcizia, notti e puttane. Piano piano riaffiorano i pezzi della sua storia.
Si chiama Enzo, figlio di Pippo, storico venditore ambulante di “accendini, sigarette, macchinette e bombe a mano”.
Enzo frequentava le notti del Mokambo e dello Zanzibar.Poi una di quelle notti, tanti anni fa, ha sparato a tre poliziotti, li ha feriti e s’è fatto più di 20 anni di galera.
Ora si arrangia tra vicoli e carruggi, la sua casa di sempre: l’angiporto. L’unica cosa che lo tiene in vita è il suo amore per Mary. E di questa stramba e semplice storia d’amore narra “La bocca del lupo”, un po’ documentario, un po’ film, realizzato dal quasi esordiente Pietro Marcello.

Il racconto di una storia minima che si intreccia con  quella più grande di una città “aspra e immutabile, dove il ‘900 s’è incagliato come una nave senza ancora”. Una città in dismissione ma orgogliosa: Genova
Ha vinto un sacco di premi in giro per il mondo, questo piccolo, grande capolavoro. Ed è stato possibile grazie all’Associazione San Marcellino che ha aiutato il regista. La Onlus da 60 anni offre accoglienza ai senza fissa dimora che bazzicano nel centro storico: ex galeotti, ex alcolisti, ex uomini.
Ho fatto il volontario a San Marcellino per molti anni. Una sera a settimana a cucinare, passare la serata, dormire e fare colazione con i suoi ospiti.
Una zuppa e un panino, posate e bicchieri di carta, nessun televisore, sveglia all’alba.
L’idea di un’assistenza forte ma che non vuole trasmettere l’idea di stabilità, di approdo, di meta finale. Perché anche un piatto di carta può spingerti a rifarti una vita.  Proprio come è successo a Enzo.

Il film è del 2009 e ha avuto una distribuzione minima. Grazie a Giuseppe che se l’è ritrovato tra le mani da Feltrinelli e ha pensato potesse essere un bel regalo.

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