Archivi del mese: marzo 2012

A vele spiega(zza)te

Il corso di vela che ho fatto a 7 anni non mi è servito a nulla.
Eppure ricordo ancora l’Optimist, quell’assurda barchetta fatta a vasca da bagno. L’emozione del primo mare aperto. Il tentativo di usare il timone come un remo per andare più veloce del vento. Quello che non riesco a ricordare sono i nodi.
Nodo di scotta, nodo savoia, nodo bandiera, gassa, scorsoio, doppino….nulla. Ora davanti a  queste corde, questi tiranti, queste funi mi ritrovo smarrito.
E’ troppo complicato.
Mi consolo al pensiero che nemmeno Soldini o Cino Ricci ce la farebbero. Un groviglio inestricabile da sciogliere sotto il sole che cuoce la pelle.
Non basterebbe, forse, nemmeno l’intero equipaggio di Azzurra per sciogliere questa matassa così ingarbugliata. E pensare che la mia navigazione, all’apparenza, era così semplice.
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L’altro Titanic

Tutto è pronto. Tra pochi giorni, il 14 aprile, si scateneranno celebrazioni e ricordi: 100 anni dall’affondamento del Titanic.
E tutti a raccontare la storia del gigante di ferro sconfitto dal gigante di ghiaccio, del mistero e dell’impossibilità di ritrovare il relitto fino al 1985, del film di Cameron, del nuovo museo di Belfast eccetera eccetera.
Ma c’è un’altra storia che merita di essere raccontata.
Il Titanic è affondato nel suo viaggio inaugurale. Eppure l’iconografia della nave è pressoché sterminata. Per un motivo molto semplice: i quattro fumaioli, la prua così dritta e decisa nel tagliare le onde, la forma slanciata che hanno affascinato e plasmato l’immaginario collettivo sulla nave più famosa del mondo non sono quelli della nave più famosa del mondo.
Perché esisteva un altro Titanic, la RMS Olympic. Continua a leggere


Foglietti maledetti

Lo ammetto, ultimamente lo faccio spesso. Frequento uffici pubblici.
Sono obbligato, non ne posso fare a meno.
E gli uffici pubblici sotto il 44esimo parallelo hanno tutti la stessa, dannata, caratteristica:
l’invasione dei foglietti.
Fotocopie sgualcite con decine di informazioni buttate lì, davanti agli occhi, del cittadino/utente.
Occupano inizalmente le bacheche, poi fuoriescono e invadono le pareti dell’ufficio, fino ad arrampicarsi sul vetro che ti divide dal funzionario.
Il numeretto rosso sul display ti fa capire che l’attesa sarà lunga e allora puoi fermarti a leggere. Per sorridere e arrabbiarti.
I messaggi stampigliati sui foglietti usano tutti lo stesso linguaggio alieno: “si prega”, “rispettare”, “numero di ordine”, “in caso contrario”, “attenzione”, “si rammenta”  “permanenza”,  “suddetto”, “non oltre”, “dirigenti apicali”, “al fine di” “l’utenza”.
La stragrande maggioranza dei foglietti poi è ripetuta due, tre, quattro volte. Alla fine in tutto l’ufficio si contano 29 foglietti appiccicati a suon di scotch. Troppi. Qualcuno se ne deve essere accorto.
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E’ la condomocrazia, baby

Vivo in affitto e non possiedo un appartamento. Non è una situazione immobiliare da far invidia ma almeno mi sono risparmiato shock e stress di un’assemblea di condominio. Come invece questo mio amico, da cui ricevo e  pubblico.

Il condominio è uno dei tanti, a Milano. Case di ringhiera, fascino di inizio secolo. Sono riuscito a comprarmi un appartamento e per la prima volta ricevo la convocazione per l’Assemblea di Condominio.
L’assemblea viene convocata con busta in cassetta. Non per e-mail. Siamo un condominio, mica la NASA.
Chi non partecipa, non partecipa.
O è assente perchè se ne fotte. E quindi non fa quorum, non fa numero, va al mare, come ai referendum.
Oppure delega. La delega è la cessione (legale) del proprio diritto di voto in assemblea. Scopro così che le deleghe possono essere raccolte da un altro condomino. Un condomino che diventa il Ras, uno che sostanzialmente fa quel che gli pare perché vota per una ventina di persone.
Questa è la condominiocrazia, baby. Ma torniamo a me. Mi ritrovo in mezzo alla mia prima assemblea per discutere di opere di miglioria.
Miglioria, strana parola.

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Alza la guardia, Roma

Accompagni tuo figlio al parco e te li ritrovi davanti. Gruppetti di donne e ragazze che tengono la guardia alzata, saltellano, tirano calci e pugni. 
Al loro fianco, uomini giganteschi. Gli istruttori ci mettono un sacco di pazienza per spiegare mosse, tecniche, elementi base della difesa personale.
Sembrano divertirsi e probabilmente sono qui perché nel quartiere qualcosa è cambiato.
Sono aumentati i furti, le rapine, le aggressioni.
E’ aumentata la paura.
Lo sai perché leggi la cronaca locale sui quotidiani.
Lo capisci dai condomini che si sono arricchiti di grate e telecamere di videosorveglianza.
Trovi un volantino che spiega l’iniziativa:
“Corsi di difesa personale per ragazze e donne organizzato da Roma Capitale”.
E’ l’ennesima resa.
Come dire: noi non riusciamo a proteggervi, sbrigatevela da sole.


Gibuti, il mistero di un cargo

La cosa che non dimenticherò mai è questa polvere dappertutto. Ti si appiccica addosso e si impiastra col sudore. Fa caldo, a Gibuti. E c’è polvere ovunque. Non capisci se arriva dal deserto arabico, se soffia da una spiaggia sul Mar Rosso o se viene dal cantiere del nuovo e scintillante grattacielo.
Ma non basterà una doccia per mandarla via. Come non basta il ventilatore di questo locale per darmi sollievo. Come non bastano gli occhiali da sole per attutire il bagliore del sole e i suoi riflessi.
Il bar è in un edificio coloniale, vicino al porto. Appese ai muri, reti da pesca e stelle marine giganti.
Guardo fuori dalla vetrata: nei pochi angoli all’ombra del vicolo su cui affaccia il bar ci sono gruppi di uomini accucciati a terra. Hanno le guance gonfie. Masticano qat in continuazione. E’ una pianta diffusa tra lo Yemen e la Somalia. le sue foglie sono ricche di catinone, un alcaloide che rilassa e dà euforia.
Se guardi negli occhi le persone, capisci che qui masticano tutti.

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Mondo tondo palla

Guardalo bene, questo ragazzo con la camicia a scacchi e gli occhiali a goccia.
Guardalo bene e dimmi se lo riconosci. Perché se scavi nella tua memoria, lo trovi. Davvero non ricordi?
Ti dò un indizio, allora. Levagli i RayBan a goccia e troverai due occhi a mandorla.
E poi guarda la spalla.
E’ quella di un atleta.
Lui è Hidetoshi Nakata, ex stella del calcio giapponese. Piedi e fantasia nel toccare il pallone. Diverse stagioni in Italia tra Perugia, Parma, Firenze e uno scudetto con la Roma.
E’ stato inserito dalla FIFA nell’elenco dei 100 giocatori migliori di sempre.
Poi nel 2006, a soli 29 anni, Hide ha salutato il luccicante mondo del pallone e se n’è andato. Non ha sbattuto la porta. No, l’ha spalancata.
S’è messo uno zaino in spalla e ha cominciato a girare il mondo.

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Il lavoro sporco

Un tempo (o forse solo nella fantasia) il cronista di nera faceva il lavoro sporco.
Bazzicava locali ambigui, incontrava personaggi della zona grigia, viveva a perenne cavallo tra giorno e notte, legalità e illegalità, gioco pulito e scorrettezza.
Per un breve periodo ho incrociato le strade di Avetrana e passeggiato nel bosco delle Casermette, tra Ascoli Piceno e Teramo.
Sarah e Melania, due donne uccise, due misteri su cui tutti i tg si sono scatenati.
Di queste due esperienze conservo un ricordo preciso.
Una strana vicinanza tra i colleghi del network privato e le famiglie di vittime e carnefici.
Porte chiuse per tutti e interviste esclusive per loro. Si vociferava di somme pagate, di pratiche illegali, di favori.
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La bocca del lupo

C’è un uomo che vaga per una città accompagnato solo da un paio di grossi baffi e da una faccia indimenticabile. Attraversa strade di pietra e pioggia, neon e sporcizia, notti e puttane. Piano piano riaffiorano i pezzi della sua storia.
Si chiama Enzo, figlio di Pippo, storico venditore ambulante di “accendini, sigarette, macchinette e bombe a mano”.
Enzo frequentava le notti del Mokambo e dello Zanzibar.Poi una di quelle notti, tanti anni fa, ha sparato a tre poliziotti, li ha feriti e s’è fatto più di 20 anni di galera.
Ora si arrangia tra vicoli e carruggi, la sua casa di sempre: l’angiporto. L’unica cosa che lo tiene in vita è il suo amore per Mary. E di questa stramba e semplice storia d’amore narra “La bocca del lupo”, un po’ documentario, un po’ film, realizzato dal quasi esordiente Pietro Marcello.

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Palchi sempre più distanti

Il caposquadra si avvicinò e disse a una decina di noi: “Chi si offre per un lavoro di concetto?”. Alzai la mano per primo. Ero sudato e stanco e mi sembrava una buona via di uscita.
Un lavoro di concetto, chissà cosa mi sarebbe capitato. Contare bulloni, riordinare il camerino, coordinare un gruppo di operai.
Nulla di tutto ciò. Concetto era Concetto e non concetto. Un altro caposquadra a cui servivano braccia per smontare un cancellata pesantissima e la notte sembrò non finire più.
E’ solo un piccolo, minuscolo, inutile ricordo di quelle tre volte in cui mi sono ritrovato a montare e smontare il palco di un concerto. Zucchero, Battiato, Mannoia. Era il 1999, studiavo alla scuola di giornalismo di Perugia e 50 mila lire per un giorno di lavoro non mi sembravano male. Una banconota spiegazzata che passa da una tasca all’altra senza una stretta di mano, senza un contratto, senza lasciare traccia.

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