La donna senza risposte

La Corniche era la sua casa. Avanti e indietro, avanti e  indietro, alla ricerca di un braccio teso, di un cliente, di una destinazione. 
Faceva il tassista a Beirut da prima della guerra civile.
Faceva il tassista su quel lungomare da sempre.
Quella mattina, il braccio teso tra le palme era inconfondibilmente
quello di una donna.
Salì a bordo con il suo caschetto nero, gli occhi verdi, le sopracciglia come le ali di un gabbiano.
Disse solo “Armanzi” e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Il tassista cominciò a muoversi nel traffico verso quella via centrale, scrutando la donna nello specchietto retrovisore.
“Bella giornata, oggi, eh?”. Provò a spezzare il ritmo del silenzio ma la donna non rispose. Notò che un ciondolo a forma di gatto ornava il suo collo. Argento e smeraldo.
“Deve essere una che parla da sola o solo con il suo gatto” pensò il tassista prima di accostare e farla scendere.
Il giorno successivo era di nuovo in marcia sulla Corniche alla ricerca di clienti. E vide spuntare di nuovo quel braccio.
La donna appoggiò la borsa sul sedile  e salì a bordo. Senza nemmeno guardarlo disse: “Saeb Salam“. Da quelle poche parole, dall’inflessione, dalla leggera incertezza, il tassista capì che la donna non era libanese.
Doveva essere una straniera, forse spagnola, forse argentina, forse italiana.
Provò a ripartire dall’unico appiglio che aveva: quel ciondolo felino di argento e smeraldo.
“Ho letto un articolo interessantissimo sul giornale di questa mattina a proposito dei gatti” lo disse in francese e i suoi occhi incrociarono quelli della  donna nel minuscolo spazio dello specchietto retrovisore.
“Un veterinario americano ha fatto uno studio scientifico ipotizzando il mondo senza felini……e sarebbe un inferno: invasione di topi, esplosione delle malattie infettive, aumento dei predatori selvatici…”
La donna annuì, sorrise e tornò a guardare sfilare Beirut fuori dal finestrino fino a destinazione.
La mattina seguente percorse la Corniche con la certezza di veder spuntare ancora una volta il braccio di quella donna che gli faceva cenno di fermarsi. Ma non capitò.
Il tassista non riusciva a liberarsi dal pensiero di quella presenza femminile, i capelli nerissimi, gli occhi verdi, la pelle  bianca. Quasi ne sentiva ancora l’odore nell’abitacolo. Chi era? Da dove veniva? Che cosa faceva nel quartiere di Patriarcat? Di certo, non era una turista. Non aveva una macchina fotografica, una cartina, non era incerta. Piuttosto una diplomatica, una giornalista, una ricercatrice universitaria.
Cinque giorni dopo, la incontrò di nuovo sul lungomare. Salì a bordo, aveva il trucco impercettibilmente sfatto, come se una sola lacrima avesse rigato il suo viso. Disse solo: “Mi porti dove vuole, mi faccia fare un giro” e lo disse in  inglese.
Il tassista non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchietto retrovisore. Tagliò in lungo e in largo la capitale, si inerpicò in collina dove si aprivano squarci di orizzonte, ridiscese sulla Corniche quando ormai il sole tramontava sugli scogli.
“Mi lasci qui, per favore” disse lei. Poi gli allungò un biglietto da  mille lire libanesi tutto arrotolato, aprì la portiera e scese.
Il tassista spiegò la banconota per infilarla nel portafogli e notò una scritta, un messaggio lasciato da una mano femminile.
“Non farti domande a cui non puoi rispondere”
La guardò allontanarsi e non si chiese più nulla.

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