Archivi del mese: febbraio 2012

Quei 30 febbraio

Sembra una data impossibile. Eppure è stata segnata sul calendario per undici volte.  Gli undici 30 febbraio che vennero imposti ai sovietici tra il 1929 e il 1940, dopo che Lenin decise di razionalizzare il calendario.
E’ il calendario rivoluzionario.
Dodici mesi da 30 giorni.
Settimane da 5 giorni.
Lavoratori divisi in 5 gruppi con un giorno non lavorativo a rotazione.
Sogni di superproduzione e odio contro la domenica festa religiosa.
Un esperimento abolito davanti all’impossibilità di scardinare tradizioni sedimentate da secoli.
La prova che tra le pretese più assurde dell’uomo, c’è quella di controllare il tempo e il suo scorrere.  Contarlo, imbrigliarlo, quasi arginarlo.
L’anno bisestile, come il 2012, è un po’ il frutto di questa pretesa.

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Garage Olimpo

Capelli biondi e occhi azzurri. Lo sguardo deciso, determinato, a senso unico. Appena apre bocca, si capisce che ha imparato l’italiano da poco:
“Li tolio la testa? Li tolio la testa e la metto nel frigo?”.
I due prigionieri sono legati e imbrigliati su alcune minuscole seggiole.
Lo guardano impotenti, imploranti, terrorizzati.
“Non esageriamo, dai” dice l’altra persona nella stanza.
Il Biondo parte con un pugno in testa. Poi gli divarica le dita fino al limite.
Un altro pugno colpisce lo sterno. Uno dei due prigionieri ha un sussulto, l’altra sta già piangendo.
“Fermati, fermati, basta!” dice l’altra persona nella stanza guardando il Biondo.
Ma lui vuole andare fino in fondo e farli crollare. “Li buttiamo nela spazzatula?”.
La domanda è accompagnata da un ghigno e da quegli occhi azzurri sgranati.
Si abbassa sui due prigionieri e

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Il piede di Simona

La mensa del centro di produzione televisiva è un posto abbastanza squallido.

Un puzzle sterminato di tavolini in plastica, seggioline in legno scadente, un via vai interminabile di persone, l’ odore di broccoli stracotti, il ritmo delle chiamate dei piatti “fettina!”, “tacchino!””riso!”.
Se pranzi qui da 11 anni, conosci  i volti di tutti.
E’ per questo che lei mi colpisce appena la vedo.
E’ la prima volta che mangia qui.
E’ bella e ha gli occhi che sorridono. Porta alla bocca il cibo con delicatezza.
Ripete lo stesso gesto con il bicchiere dell’acqua.
Ogni tanto sfiora lo schermo dell’iphone e si ravviva i capelli frequentemente.
Fa tutto con un piede, senza mani e senza braccia. Perché non ha né mani né braccia, da quando è nata.
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One-dad-band

Sapevo che sarebbe successo e quando lei dice: “Vado io a prendere le pizze”  capisco che il momento è arrivato.
E così mi ritrovo per la prima volta in casa, solo, con tre figli.
Uno da addormentare.
Una da allattare.
Uno da distrarre.
Concentrazione massima, pari solo al panico.
Afferro il biberon con la destra, la bimba avvolta nel mio braccio sinistro.
In fondo al braccio impugno il telecomando.
I tasti li conosco a memoria e Rai YoYo ipnotizza il figlio maggiore mentre comincio ad allattare la bimba. Intanto, con il piede destro a uncino, muovo ritmicamente la carrozzina dell’altro bimbo. Su e giù, su e giù, su e giù. La prima ginnastica che faccio da anni.
Mi squilla il telefono, infilo il biberon sotto il ricordo di un pettorale e rispondo a  una cara amica che non sento da parecchio tempo.
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Molto lontano, incredibilmente vicino

Il suo nome sembra sbucato fuori dalla matita di Hugo Pratt, eppure quest’isola esiste davvero.
Tristan da Cunha è un puntino sulla mappa geografica, là in basso, dove quasi nessuno guarda.
Devi scorrere il dito dall’Africa al Sud America per incrociarla.
O avere una bussola:  latitudine  37°,6′; longitudine 12°, 17′ ovest.
Per raggiungere le sue coste dal SudAmerica bisogna attraversare  3360 chilometri di mare, dal SudAfrica 2816 chilometri. Per questo è considerata l’isola più lontano dal mondo. Ed è anche l’isola più isolata al mondo.
Non esiste un aeroporto e non è mai stato costruito un porto dove possano attraccare navi. La RMS Saint Helena quando arriva da Ascensione o da Sant’Elena getta l’ancora in rada. Sbarchi  e imbarchi sono assicurati da alcuni battelli.
Eppure quest’isola è un pezzo di Camogli, di Genova, di Liguria. E i suoi 280 abitanti che vivono di agricoltura, aragoste e francobolli per i collezionisti sono vicinissimi a noi perchè nelle loro vene scorre il ricordo di un antico naufragio. Continua a leggere


La donna senza risposte

La Corniche era la sua casa. Avanti e indietro, avanti e  indietro, alla ricerca di un braccio teso, di un cliente, di una destinazione. 
Faceva il tassista a Beirut da prima della guerra civile.
Faceva il tassista su quel lungomare da sempre.
Quella mattina, il braccio teso tra le palme era inconfondibilmente
quello di una donna.
Salì a bordo con il suo caschetto nero, gli occhi verdi, le sopracciglia come le ali di un gabbiano.
Disse solo “Armanzi” e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Il tassista cominciò a muoversi nel traffico verso quella via centrale, scrutando la donna nello specchietto retrovisore.
“Bella giornata, oggi, eh?”. Provò a spezzare il ritmo del silenzio ma la donna non rispose. Notò che un ciondolo a forma di gatto ornava il suo collo. Argento e smeraldo. Continua a leggere


Il tango del tangentista

Cammino come un dissidente, come un deragliato, come un disertore. Ho il cervello in manette, dico cose già dette e vedo cose già viste.
Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra e la terra attraversata da gente di malaffare.
E vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare. 

E gli innocenti confondersi e gli assassini ballare.
E gli innocenti corrompersi e gli assassini brindare.
Nascondono il passato, parlando del futuro e se trovano la cruna dell’ago, se la mangiano di sicuro.
E’ solo il capobanda ma sembra un faraone.
Ha gli occhi dello schiavo, lo sguardo del padrone. Si atteggia a Mitterand ma è peggio di Nerone.
 Ci guarda con il megafono dall’ultimo piano. Promette un castigo, minaccia un perdono.
E tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti, rubando?
Il mio ipod ripesca dal passato Canzoni d’amore di F.De Gregori. Undici tracce, poco amore e tanta politica.
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