…- – -…

Ora voi fermatevi un attimo. Concentratevi. Siete su una spiaggia:
le scarpe a mollo, una busta di plastica con poche cose dentro, un pacchetto di biscotti, una bottiglietta d’acqua. I vostri soldi passano di mano e  voi salite sulla barca. Stretti, pigiati, il cuore a mille.
Passate tre giorni in mare. Il motore fermo, le onde sempre più alte, lo scafo di legno e ruggine sempre più zuppo e voi sempre più impauriti. Il cuore a diecimila.
Poi finiscono i biscotti, finisce l’acqua e anche il cuore comincia  a rallentare.
A quel punto vi viene in mente una cosa assurda.
Ma che diavolo vuol dire S.O.S?
Save our ship? Soccorso occorre subito? Save our souls?
Vi ricordate solo il suono del codice morse. E’ indimenticabile: … – – -…
Tre punti/tre linee/tre punti.
Ma tanto non c’è nessuno strumento a bordo per lanciare l’allarme. E’ solo un pensiero assurdo, prima di affondare.

Ho scritto queste quattro righe, l’anno scorso a Lampedusa, dopo l’ennesimo naufragio di un barcone. Le parole sono come un guanto. A volte valgono sia per una barca stipata di migranti che per un transatlantico affollato da croceristi.

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