Lo strano caso di Otis Kendall

Era un ufficio molto polveroso. Scartoffie, documenti, bolle di spedizione, graffette, penne, matite, timbri.
Tutto in ordine sparso, mucchi e piccole cataste di carta. L’unico che sapeva orientarsi lì dentro era lui, Otis Kendall.
Le finestre della stanza affacciavano direttamente sul molo.
Da lì Otis Kendall osservava le navi all’attracco, le gru in movimento, le casse di legno e i sacchi di yuta che venivano scaricati proprio davanti alla porta del suo ufficio.
Poi toccava a lui.
Otis si affacciava alla porta, controllava il contenuto del carico, prendeva la bolla di spedizione e vidimava. Prima che la cassa venisse portata via, tracciava le sue iniziali sul legno.
O.K.

OK. Okay. Occhei.
O.K. E’ l’anagramma più diffuso al mondo ma nessuno sa con precisione da dove arrivino quelle due lettere di successo. Quella di Otis Kendall è solo una delle tante possibili origini.
I Sioux usavano come grido di guerra “Hoka Hey”, “va bene, è un buon giorno per morire in battaglia”.
Nel porto di Odessa si urlava “Ochen Korosho” quando un carico era stivato bene su un mercantile.
In Africa, alcune etnie Bantu usano l’espressione “uoukey” per dire “certamente si”.
E così via.
Da dove arrivino queste due lettere non si sa. O.K.?

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