Prendere a calci la rivoluzione

I generali ormai governavano da parecchi anni. Da 18, per la precisione.  Il regime non accennava a sgretolarsi, anche se appariva ogni giorno più sfilacciato, disordinato, in fondo in fondo più pericoloso.
E così in quello spogliatoio, quegli uomini in mutande e calzettoni decisero di fare qualcosa per il proprio paese.
Votarono per alzata di mano e votarono la cosa più giusta.
Da quel giorno quella squadra di calcio si sarebbe autogestita, per mostrare all’intera nazione i vantaggi della democrazia.
L’allenatore avrebbe avuto un voto come ognuno di quei 22 giocatori. Avrebbero scelto tutti assieme la formazione, la strategia per battere gli avversari, i cambi da effettuare durante la ripresa.
Decisero persino di giocare con i numeri sulle casacche al contrario in segno di protesta. Di sostituire lo sponsor con messaggi politici. Rischiavano la galera ma andarono avanti.
Le discussioni nello spogliatoio non finivano mai. In campo non si sapeva fino all’ultimo chi ci sarebbe andato. Nessuno conosceva il modulo con cui avrebbero giocato.
Persero tutte le partite iniziali del campionato. E allora uno di quei giocatori, il più carismatico, disse agli altri: “La sconfitta delude, ma insegna molte cose.  A differenza della vittoria, che ti fa sentire Dio ma non serve a nulla”.
Da quel momento in poi cominciarono a giocare a pallone come sapevano. E a vincere.
Era il 1982. Era il Brasile. Era il Corinthias. Erano Socrates, Casagrande, Wladimir e Travaglini. 
Era un esperimento che chiamarono “Democracia Corinthiana”.
Quell’anno vinsero il campionato paulista e due anni dopo i militari abbandonarono il potere.
Trent’anni dopo in Italia il calcio è: scommesse clandestine, gare truccate, i Doni, i Signori, migliaia di euro che transitano su conti correnti stranieri, i risultati dell’AlbinoLeffe decisi a Singapore.
I calciatori da noi vanno in carcere perchè barano non perchè lottano.

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