Il mio vicino di casa, la bomba e l’anarchia

E’ una lapide in marmo che nessuno legge più a raccontarmi chi è stato mio vicino di casa tanto tempo fa.
Errico Malatesta, apostolo della libertà, così dice l’incisione.
Raccontare in breve la sua vita è impossibile.
Viaggiò tra Egitto, Siria, Svizzera, Romania, Argentina, Londra, Parigi e Italia per  fondare giornali, sobbillare popoli, sfuggire alle repressioni dei mille volti del potere.
Provò ad incendiare cento rivoluzioni sotto la bandiera rossa e nera dell’anarchia.
Come quella volta che insieme ad un gruppetto di amici si installò a San Lupo, Benevento. Freddo che taglia la pelle, una delle zone più povere di Italia il massiccio del Matese, tra Campania e Molise. Nel 1877 e ancora oggi. E quell’avanguardia rivoluzionaria da lì prese il nome: la banda del Matese.
Erano convinti che sotto la loro guida, le popolazioni locali sarebbero insorte. Si sbagliavano.
Venduti da una spia, furono costretti alla fuga dopo una sparatoria coi carabinieri. Arrivarono a Letino e occuparono il municipio. La rivoluzione durò meno di due ore: il tempo di issare sul tetto la bandiera anarchica, staccare il ritratto di Re Vittorio Emanuele, dichiarare decaduta la monarchia, abolire la tassa sul macinato e bruciare tutte le carte catastali. Poi li arrestarono.
Uomo d’azione e di teoria, Errico Malatesta.
“Noi crediamo che la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini, dipende dalla cattiva organizzazione sociale, e che gli uomini volendo e sapendo, possono distruggerli”. Comincia così il suo programma anarchico del 1919.
Oggi, 14 dicembre, sarebbe stato il 158esimo compleanno di Malatesta.
Ieri, è stato recapitato all’ambasciata greca di Parigi il terzo pacco bomba promesso dagli anarchici della FAI per la capagna di Natale, dopo quello che ha dilaniato la mano  e il volto del direttore generale di Equitalia.
Il mio vecchio vicino di casa l’avrebbe considerato un gesto vigliacco, subdolo, basso, cattivo, inutile.

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