5 X 1 : 1 X 5

L’ultima volta i muri erano coperti di scritte. Oggi domina un cartello che dice:
“Cari genitori, zii, nonni, parenti, date al vostro bambino un primo segno di civiltà: scrivete le vostre emozioni nell’apposito quaderno”.
E così mi ritrovo a sfogliare questo assurdo quadernone. Benvenuto Nathan, benvenuta Jasmina, benvenuta Asia. Forse dovrebbero vietare per legge la vendita di quei libri dal titolo “Tutti i nomi per tuo figlio/a”. Il romanesco domina tra le righe “sei la gioia de zia”; il calcio inquina: qualcuno ha scritto “un altro lupacchiotto tra noi”, un’altra penna ha aggiunto “demmmerda”; santi e dei vengono ringraziati in questo rituale scribacchino.
Un padre ha azzardato un fumetto.
“E so tre” dice un uomo con la faccia orgogliosa, gongolante e con pollice, indice e medio tesi. Tra poco ti raggiungo, penso.
Ma se sapessi disegnare, avrei disegnato un viso preoccupato e incerto, non certo quel ghigno di soddsfazione e compiacimento.
Mi rimetto seduto sulla poltroncina di alluminio.
Puzza di disinfettante e alcol, sensazioni attutite dal linoleum e dal neon.
Ospedale Fatebenefratelli, reparto ostetricia, blocco parto. Un bambinificio. A cadenza regolare ti arriva il primo pianto di un nuovo bambino.
La colonna sonora mentre aspetti di sentire il tuo, i tuoi figli.
Altri sono seduti sulle poltroncine.
Un ragazzo elegante legge un libro: “il linguaggio segreto del neonato”, vorrei alzarmi e sussurrargli “è inutile che leggi, non sarai mai pronto”.
Ognuno stringe qualcosa. Una signora un’immaginetta in bianco e nero di Don Bosco, un ragazzo l’iphone, una ragazza un fazzoletto di carta con cui si asciuga in continuazione le lacrime.
L’illusione che questo reparto di ospedale sia un angolo di gioia e felicità si spezza.
Il tempo non passa mai al di qua di questa porta socchiusa. Figurarsi per chi è dall’altra parte.
Esce un’infermiera, mi punta, mi dice: “Lei è il compagno di?”. Cenno.
“Sono nati, stanno bene, la mamma sta bene, se si mette in corridoio, davanti alla vetrata glieli facciamo vedere”.
Poi la veneziana gialla si alza e non riesco a focalizzare lo sguardo. I due neonati che urlano e piangono e si disperano, le due infermiere che li tengono in braccio e mi sorridono, e mi sembra scortese non fare un sorriso alle due infermiere, ma sto perdendo tempo, chissenefrega di queste due infermiere, questi due neonati sono i miei figli, e sono proprio identici, cioè no, no, non sono identici, ma la tutina rosa e quella azzura aiutano a sottolineare le differenze, comunque il pericolo “gemelline di shining” mi sembra scongiurato, ma quanto piangono, e quanti capelli! ma le mani?, che mani enormi hanno?, e come le muovono, si sfiorano, si cercano, forse è quella storia della misteriosa simbiosi tra gemelli, oh, lui ha aperto gli occhi! e lei sbadiglia, che belli che…
Tempo scaduto. La veneziana gialla si abbassa e rimango solo in questo corridoio. Solo ancora per poco.
Benvenuti, Pietro e Anita.
Da oggi io sono 5 e noi siamo 1.

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