Archivi del mese: dicembre 2011

Prendere a calci la rivoluzione

I generali ormai governavano da parecchi anni. Da 18, per la precisione.  Il regime non accennava a sgretolarsi, anche se appariva ogni giorno più sfilacciato, disordinato, in fondo in fondo più pericoloso.
E così in quello spogliatoio, quegli uomini in mutande e calzettoni decisero di fare qualcosa per il proprio paese.
Votarono per alzata di mano e votarono la cosa più giusta.
Da quel giorno quella squadra di calcio si sarebbe autogestita, per mostrare all’intera nazione i vantaggi della democrazia.
L’allenatore avrebbe avuto un voto come ognuno di quei 22 giocatori. Avrebbero scelto tutti assieme la formazione, la strategia per battere gli avversari, i cambi da effettuare durante la ripresa.
Decisero persino di giocare con i numeri sulle casacche al contrario in segno di protesta. Di sostituire lo sponsor con messaggi politici. Rischiavano la galera ma andarono avanti. Continua a leggere

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Il girodisco

Il giorno prima di Natale si ritroveranno lì. Lì dove si ritrovano tutte le vigilie, di tutti gli anni, da venti anni.
Arrivano da tutta Italia perchè la vita, il lavoro, le carriere li hanno divisi ma una cosa banalissima, chiamata amicizia, li tiene uniti.
Ed è per questo che sono qui, davanti al loro negozio di dischi.
Si mettono in cerchio, quasi fosse un rituale magico o religioso.
Poi cominciano.
Mentre uno di loro resta fuori, gli altri entrano nel negozietto e cominciano a spulciare raccoglitori e cataloghi telematici. Devono scegliere un cd per l’amico rimasto fuori. Ma non può essere un disco qualsiasi.

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Il mio vicino di casa, la bomba e l’anarchia

E’ una lapide in marmo che nessuno legge più a raccontarmi chi è stato mio vicino di casa tanto tempo fa.
Errico Malatesta, apostolo della libertà, così dice l’incisione.
Raccontare in breve la sua vita è impossibile.
Viaggiò tra Egitto, Siria, Svizzera, Romania, Argentina, Londra, Parigi e Italia per  fondare giornali, sobbillare popoli, sfuggire alle repressioni dei mille volti del potere.
Provò ad incendiare cento rivoluzioni sotto la bandiera rossa e nera dell’anarchia.
Come quella volta che insieme ad un gruppetto di amici si installò a San Lupo, Benevento. Freddo che taglia la pelle, una delle zone più povere di Italia il massiccio del Matese, tra Campania e Molise. Nel 1877 e ancora oggi. E quell’avanguardia rivoluzionaria da lì prese il nome: la banda del Matese.
Erano convinti che sotto la loro guida, le popolazioni locali sarebbero insorte. Si sbagliavano.
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5 X 1 : 1 X 5

L’ultima volta i muri erano coperti di scritte. Oggi domina un cartello che dice:
“Cari genitori, zii, nonni, parenti, date al vostro bambino un primo segno di civiltà: scrivete le vostre emozioni nell’apposito quaderno”.
E così mi ritrovo a sfogliare questo assurdo quadernone. Benvenuto Nathan, benvenuta Jasmina, benvenuta Asia. Forse dovrebbero vietare per legge la vendita di quei libri dal titolo “Tutti i nomi per tuo figlio/a”. Il romanesco domina tra le righe “sei la gioia de zia”; il calcio inquina: qualcuno ha scritto “un altro lupacchiotto tra noi”, un’altra penna ha aggiunto “demmmerda”; santi e dei vengono ringraziati in questo rituale scribacchino.
Un padre ha azzardato un fumetto.
“E so tre” dice un uomo con la faccia orgogliosa, gongolante e con pollice, indice e medio tesi. Tra poco ti raggiungo, penso. Continua a leggere


La garage band

Ci sono quelli che vivono sotto. Sotto le nostre case, i nostri negozi, le nostre strade. Sotto i nostri piedi e le nostre vite.
E passano la loro, di vita, così: non vedono mai la luce del sole e  si nutrono di neon. Non respirano ossigeno e sniffano benzene, piombo e monossido di carbonio. E quando hanno un attimo ci caricano sopra tabacco e nicotina. Passeggiano tra macchie d’olio, segatura e gocce di gasolio. Ma passeggiano ben poco.
Hanno 250 automobili da custodire e trascorrono la giornata a spostarle da un parcheggio all’altro. Le incastrano alla perfezione, lo sterzo toccato con la delicatezza di un orafo,
specchietto che sfiora specchietto, la portiera a due centimetri dalle fondamenta del palazzo che li sovrasta.
Senza sosta. Sembra un gioco di parole per un gruppo di parcheggiatori. Ma è la vita di quelli che vivono di sotto.