Il signore di Argyll

Quella sera il signore di Argyll si addormentò tranquillamente. Anche se era stata un giornata dura, la più dura degli ultimi  anni. 
Quasi non ricordava più il giorno in cui aveva cominciato a governare quel pezzetto di terra scozzese.
Era il 1701, anno più, anno meno. Aveva iniziato subito alla grande. Come nel suo stile.
La prima ribellione della sua gente era stata repressa nel sangue.
Il suo agguerrito esercito, sguinzagliato per le strade di quella città portuale, aveva ridotto al silenzio le proteste.
Poi aveva innalzato tasse e tributi ma era stato abile a salvaguardare i privilegi dei nobili, incrostati da tempo immemorabile. Sapeva che ogni poveraccio era legato a doppio filo ad un aristocratico e che quindi non avrebbe fiatato.
Diede incarichi di prestigio alle menti più illuminate e a quelli che avrebbero potuto infastidirlo. Si comprò tutto quello che poteva comprare. I suoi quattrini entrarono nelle vene di quelle terre. Sapore dolce, effetto droga.
Una volta rodato il sistema, cominciò a godersi la vita. Tutte le donne più belle e languide dovevano passare dal suo letto.  E così via, per 17 lunghi anni.
Era stato abile, lo sapeva.
Per questo lo sorprese molto la scena che vide quella sera, mentre saliva al castello del Duca a rassegnare l’incarico per raggiunti limiti d’età.
Fuori dalla sua carrozza aveva visto  le facce di quel popolo, il suo popolo, uomini e donne che aveva governato per tanto tempo. Urlavano, sputavano, lanciavano piccoli sassi, gridavano insulti, lo minacciavano. Alcuni cantavano di gioia, altri ringhiavano di rabbia.
Il signore di Argyll si chiese dove avessero vissuto tutte quelle persone negli ultimi anni.
Se avessero voluto, con quella forza, quei canti, quella violenza, quelle ragioni, quella determinazione, quella voglia,  avrebbero potuto scatenare una rivoluzione tanto tempo prima.
Ma ciò non era accaduto.
Il signore di Argyll sospirò, strinse il cuscino, si girò di lato e  si addormentò tranquillamente al termine di quella lunga giornata.

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