Archivi del mese: ottobre 2011

Il giorno giusto

La data l’ho scelta con cura e quando citofonano capisco che è tutto finito.
Sono organizzati in modo militare: scaricano il camion, caricano l’ascensore, avanzano sul pianerottolo, trasportano gli imballaggi, occupano la casa, smontano, incartano, inscatolano. Palmo a palmo. Passo a passo. Metro a metro.
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L’ora delle scatole

Ogni ferita comincia con una piccola lacerazione, un minuscolo strappo, un momento che si fa distanza. E così mi ritrovo a  fare questa cosa terribile: separare cd.
Gli originali di qui, i masterizzati di là. Gli uni mi seguiranno, gli altri no.  E mi perdo a riscoprire white album e santa sangre, badly drawn boy e un pezzo mai considerato degli eels. Ci metto un sacco di tempo mentre crescono le pile sul tavolo e rimangono spazi sempre più vuoti nella libreria.
Vuoto.
Tra poco sarà tutto così dannatamente vuoto qui.
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Il palazzo dove tutto cominciò

L’indirizzo con precisione non si conosce. Si sa solo che la tromba delle scale aveva la forma di un occhio e che ne  vide tante.
Si sa anche che nel palazzo c’erano sei appartamenti. E in ogni appartamento, per un motivo o per l’altro, qualcuno che scuoteva la testa.
Al primo piano abitava un’ex attrice. Fuori dalla sua finestra vedeva una collina sulla quale da 5 anni doveva sorgere un parco pubblico. Il comune aveva stanziato 8 milioni di euro, il cantiere era stato aperto ma i lavori non erano mai finiti. L’ex attrice scuoteva la testa per questo scempio. La casa del secondo piano, invece, era abitata da una giovane coppia. Lui aveva chiesto a lei di sposarlo. Continua a leggere


Uno squillo nella notte


Il turno di notte in redazione ha un’unica certezza: prima o poi squillerà il telefono.
A volte capita anche alle due di notte e sul display compare la scritta “numero sconosciuto”.
Dall’altra parte, c’è lui: Rossano, o almeno una volta ha detto di chiamarsi così.
Vive con la madre malata. Nei pressi di Milano, supponi. Lo racconta il suo accento, lui non lo dice.
E’ talmente effemminato che a volte ti senti in imbarazzo a dargli del “lei” , pensi che possa equivocare.
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Panchina con vista


Appena comincia a parlare capisco che anche lui viene da lì.
Ce l’ha con l’amministrazione comunale, con il 320 che non passa mai e magari poi passano tre 201 attaccati, con le pensiline dei bus che non servono a niente perchè non ripararno più nè dalla pioggia nè dal sole, con la pubblicità invadente, con i sindacati.
Mugugna come solo quelli di Genova sanno fare.
I suoi 80 anni sono rigati dalle lacrime per una moglie persa da poco, dopo 59 anni di matrimonio. E si ritrova anche lui qui, a Roma,  sulla panchina del parco dove porto a giocare mio figlio.
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Next stop:iceland

C’è questa storia che gira e che pochi raccontano. Viene tramandata da facebook, siti ribelli, qualche giornale, nessuna tv. E’ la storia di un’isola un tempo ricca.  Tra il 2000 e il 2008, l’Islanda vive un boom economico senza eguali nel mondo occidentale: la borsa in 6 anni cresce del 900% e il PIl oscilla tra il 5% e il 6% . Tutti stanno bene, il denaro gira, le imprese investono, i cittadini consumano.
Al centro di questo miracolo economico tre banche: Landbanki, Kapthing e Glitnir. Sono state privatizzate e offrono tassi altissimi, attirando soldi da tutto il mondo. Soprattutto da Olanda e Gran Bretagna. Queste tre banche, però, in silenzio stanno accumulando anche debiti per una serie di ardite speculazioni finanziarie. E quando arriva la crisi,  il sistema crolla.
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