Archivi del mese: giugno 2011

Fiaccole e insulti

Susa s’e’ riempita di fiaccole questa notte. Hanno sfilato in migliaia, i nonni e i nipoti, le famiglie al completo, quelli di mezza età, quelli che l’altro ieri erano su al presidio a prendersi i lacrimogeni, i ragazzi con i tromboni, i clarinetti, i tamburelli, le ragazze con le bandiere NoTav come un mantello. Tutti. Tutta la valle. Nessun violento, nessuno scontro, nessun poliziotto in giro. La gente della Val di Susa s’e’ ripresa la scena allegramente.
Ma non è stato facile lavorare, questa sera. La telecamera e il microfono da queste parti si trascinano dietro solo rabbia, insulti, risate di scherno. “Schiavo””Tanto non lo scrivi quello che vedi””Giornalisti servi””Bastardi””Andate via”.
Mi hanno circondato, accerchiato, urlato mille voci nelle orecchie. Ho cercato di capire le loro ragioni, il perchè di tanto odio, stratificato in anni, servizio dopo servizio, articolo dopo articolo.
La cosa che mi ha ferito di più è stata una ragazza che è sbucata fuori con l’indice puntato: “Il mio sogno era fare la giornalista, dopo aver visto come siete ho cambiato sogno”
Ho fatto l’unica cosa che mi sembrava giusto, possibile e onesto fare.
Parlare con loro, guardandoli negli occhi.

Il servizio del Tg1

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London calling, let’s tachi!

Dovevano essere una pinta di birra e la maglia di un concerto. E invece, i compagni di viaggio di questa Londra 2011, sono stati loro: una confezione di tachipirina 1000 e un termometro elettronico.
Salgo sul volo easyjet delle 21.15 che già so di avere 38. In aereo tremo come se ebola si fosse impossessato di me. Tachi, sudata, tachi.
Quando scendo dal Gatwick express è passata la mezzanotte. Il mio amico è lì che aspetta. Vede gli occhi e capisce che l’sms con scritto “guarda che ho la febbre” non era un’esagerazione.
Ma nonostante tutto, sono qui e me la gioco. Magari domani starò meglio, penso.
Invece no. Tutto il giorno a letto. Tachi, sudata, tachi. E’ sabato, il concerto sfuma e il tempo a Londra sta quasi per svanire.
La mattina dopo va molto meglio. E così, alla fine di un’ epica fuga musicale a Londra, rimangono una passeggiata domenicale, un paio di anfibi nuovi, due pinte di guiness e tante chiacchiere con un amico.
Poteva andare peggio, dai. <!–

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18 anni dopo

La line up è sostanzialmente la stessa. Shane MacGowan, i SawDoctors, e poi loro Christy Moore e Bob Dylan. Il posto è diverso. Londra stavolta e non l’Irlanda del sud. Le emozioni saranno diverse.  Eravamo in 5, a Waterford, nel 1993: era il nostro primo, grande, festival musicale. Saremo in 2, sabato a Londra, per questo Feis 2011.
Ci si ritrova ad ascoltare la stessa musica con 20 chili in più a testa, un lavoro impegnativo sulle spalle, compagne di viaggio stabili, un figlio per parte e altri due in arrivo da una parte sola.  Eppure, nononstante tutto, ci si ritrova. 
L’amicizia è una bevuta su un prato, ad ascoltare cantanti ormai bolsi. E a raccontarsi 18 anni passati assieme e distanti. 

<!–

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Oggi è il giorno

Questa foto fu scattata in Italia tra 10 anni.

Ma oggi è il giorno per capire se il bimbo nella foto:

1-sta per bere da una fontanella per poi ricominciare a giocare sul prato

2-ha appena chiuso il rubinetto e fissa un grosso reattore grigio all’orizzonte


Wimoweh

Ogni mattina ascolto la stessa canzone. Wimowehwimowehwimoweh. Me lo chiede mio figlio. The lion sleeps tonight, versione ovetto kinder con l’ippopotamo timido e il cane danzereccio. 
Si diverte un mondo e poi chiede: “ancola!”.
Dopo averla ascoltata un’ottantina di volte, divento curioso. Il leone s’e’ addormentato…..Da dove salta fuori quella canzone?
Comincia un bel viaggio filologico musicale. La stessa versione dell’ovetto kinder e’ del 1961 ed è quella che porta al successo The Tokens, un modesto gruppo di doo-wop americano.  
Ma questi vocalist da dove l’hanno pescata? In America la canzone era stata portata dieci anni prima dal cantautore folk Pete Seeger, di ritorno dal Sud Africa. Lì nel 1940 il brano era stato inciso da Solomon Linda con il titolo Mbube (il leone).
Solomon Linda, a sua volta, aveva interpretato un vecchio canto zulu sulla storia del loro ultimo re, Chaka il leone. Il leone che s’era addormentato nel momento in cui i colonialisti conquistarono le loro terre. Un leone sempre pronto a risvegliarsi.
E così, una mattina, se ascolti un bambino e sei curioso come lui, puoi partire dall’ovetto kinder e arrivare a una storia di colonialismo. Seguendo il filo di una manciata di note.


Mal di mare

Deve esser stato l’anno 1710 o giù di lì. In un vecchio baule ripesco il diario di bordo di quella fantastica traversata. La pagina è ingiallita e la data non si legge più.
Ma i ricordi sono netti: a zigzag tra le Antille, la spola con l’Isola del Cocco, la sgualcita jolly roger issata in continuazione sopra le vele.
Attacco e fuga. Attacco e fuga. Attacco e fuga.
Siamo pirati e abbiamo regole precise a bordo. Ogni membro della ciurma ha diritto di voto, deve ricevere provviste fresche e la sua razione di rhum. Nessuno può giocare a carte o a dadi. La candela va spenta alle otto. Ognuno deve lavare la sua biancheria. Le armi devono essere sempre pronte e pulite. Una sola regola è stata infranta in questo viaggio. La regola che dice: donne e fanciulli non possono salire a bordo.
L’infrazione alla regola se ne sta in un angolo. Bellissima. Capelli neri e unti come il corvo. Occhi verdi e gialli di smeraldo. Pelle pallida. L’abbiamo caricata a bordo nel porto di Antigua. Così ha deciso il capitano. Così abbiamo votato noi. Nessuno ha il coraggio di avvicinarla. Non conosciamo neppure il suo nome. Se ne sta lì, sotto il timone, rannicchiata e accucciata. Non sopporta il mare. Ogni tanto si sporge dalla balaustra del nostro caicco. E ributta il rancio tra le onde. Non riesce a tenere nulla nello stomaco.  Mi avvicino, le poggio una mano sulla spalla e le sussurro:
“Anche durante la navigazione più entusiasmante, si può soffrire il mal di mare”.
Si alza, mi sorride, forse mi sta per baciare. E invece no. Si gira e si sporge di nuovo oltre la balaustra.